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Ospedale Sacro Cuore Don Calabria - Journal

10/11/2017

Non solo fine vita: le cure palliative diventano "continuative"

L'oncologo Roberto Magarotto spiega la realtà e le prospettive delle cure palliative, di cui l'11 novembre si celebra la giornata nazionale, partendo dalla storia di San Martino e del suo mantello (pallium, in latino)

La vicenda risale a 1.500 anni fa, narra la leggenda, e ha per protagonista Martino, un giovane soldato di Pannonia, sulla cui strada un giorno incrociò un vecchio, sfinito dalla stanchezza e dal freddo. Martino non ci pensò due volte e, presa la spada, tagliò il suo mantello a metà, offrendone una parte al poveretto. Improvvisamente il clima divenne mite e il cielo, da plumbeo, si colorò di azzurro.

 

Ha radici in questa "favola" l'Estate di San Martino, quel breve arco temporale, a partire dall'11 novembre, in cui uno dei mesi più tristi dell'anno, dal punto di vista climatico, sembra cambiare rotta. Ma l'11 novembre è anche la Giornata nazionale per le cure palliative, da quel pallium appunto, il mantello di lana che portavano già gli antichi romani per proteggersi dalle intemperie.

 

"Purtroppo la radice etimologica del termine palliativo si è un po' persa e la parola ha assunto nell'accezione comune un valore limitativo, come qualcosa di ininfluente sul decorso di un evento. Invece è da quel pallium che si deve partire per capire il vero significato di cure palliative", dice il dottor Roberto Magarotto, responsabile della Unità di Cure Palliative dell'Oncologia Medica dell'Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, diretta della dottoressa Stefania Gori.

 

"Come il pallium proteggeva dal freddo e leniva gli stenti, così le cure palliative sono un 'sistema di protezione' per il paziente oncologico - prosegue l'oncologo -. Molto spesso la persona colpita da un tumore è più angosciata dalla paura del dolore e di diventare un peso per la famiglia, che da un possibile esito infausto della malattia. La possibilità di poter usufruire di cure palliative, 'protegge' il paziente da queste paure".

 

Dottor Magarotto, in cosa consistono le cure palliative?

Le cure palliative sono il trattamento dei sintomi derivanti dalla complicazione della malattia quando essa è in fase avanzata. Il dolore innanzitutto. Ma anche la difficoltà respiratoria e i problemi intestinali (il rallentamento del transito, fino al blocco intestinale ). Tutto questo necessita competenza professionale da parte del medico oncologo che si occupa di palliazione. Il medico oncologo deve conoscere bene i farmaci contro il dolore nei dosaggi che siano realmente efficaci e negli effetti collaterali da saper gestire; deve conoscere anche quando usufruire delle tecniche anestesiologiche contro il dolore (alcolizzazione dei plessi nervosi, posizionamento di sondini spinali, cordotomie: tutte procedure che il nostro Centro di Terapia Antalgica effettua regolarmente). Lo stesso vale per quanto riguarda le problematiche respiratorie ed intestinali. Alla competenza, da cui non si può prescindere, si deve associare una valida relazione con il paziente. Relazione che ha inizio con la comunicazione al paziente della sua attuale situazione e della prognosi (momenti sempre difficili) e prosegue con la presa in carico globale del malato, tramite anche il supporto psicologico e spirituale, se richiesto. Un 'sistema di protezione' che assume un grande valore anche nel progetto di cure continuative, proprio dell'oncologia moderna.

 

In cosa si differenziano le cure continuative da quelle palliative in oncologia?

Si tratta di un'evoluzione che va di pari passo con il progresso dell'oncologia. Fino a pochi anni fa il percorso della malattia oncologica era abbastanza scontato: la diagnosi, i trattamenti che potevano sfociare in un miglioramento del paziente oppure in un rapido peggioramento fino al decesso. Oggi grazie ai farmaci innovativi alcune neoplasie (mammella, colon e prostata) si sono in un certo senso cronicizzate. Hanno un andamento ciclico con momenti in cui il paziente è libero da malattia e momenti in cui compaiono metastasi. Grazie ai farmaci queste vengono trattate, riportando il paziente a uno stato di benessere e di autonomia. In questo quadro le cure palliative non possono essere limitate solo all'ultima parte della malattia o al fine vita, ma la risoluzione della complicazione dei sintomi è fondamentale per tutto il percorso della patologia: per questo si parla di cure continuative. Nel caso del tumore del polmone avanzato si è dimostrato che associare le cure palliative alla terapia attiva fin dall'inizio aumenta anche la sopravvivenza!

 

Com'è strutturata l'Unità di Cure Palliative del Sacro Cuore Don Calabria?

Dei sedici posti letto che dispone l'Oncologia Medica, otto sono dedicati ai pazienti che hanno bisogno di un trattamento dei sintomi invalidanti, non praticabile a domicilio. L'Oncologia è un reparto ospedaliero, quindi, a differenza degli hospice, in cui non è previsto limite di tempo per il ricovero, noi trattiamo i casi acuti e subacuti. Dopodiché indichiamo al paziente la collocazione migliore per proseguire le cure: a casa con il supporto dell'Assistenza domiciliare o nei cosiddetti Country Hospital o in Hospice se necessario. Disponiamo anche di un ambulatorio per i pazienti che sono ancora autonomi e possono recarsi in giornata all'ospedale e svolgiamo consulenze negli altri reparti dove sono ricoverati pazienti oncologici in fase critica di malattia. Nel seguire i nostri pazienti ci avvaliamo del supporto dei professionisti del Servizio di Psicologia Clinica, specializzati in Psiconcologia. E di un sacerdote, per l'assistenza spirituale.

 

Le cure palliative farmacologiche si avvalgono essenzialmente di farmaci oppioidi, nei confronti dei quali nel nostro Paese è sempre esistita una sorta di diffidenza da parte anche della classe medica. Qualcosa è cambiato?

Direi di sì. Anche da parte dei pazienti, soprattutto i più giovani, che accettano questi farmaci più serenamente. Per quanto riguarda i medici, la cultura della palliazione e quindi dell'uso degli oppioidi è maggiormente diffusa, ma persistono dei pregiudizi. Medici che non hanno esperienza in materia pensano ancora che la morfina incida negativamente sul paziente, addirittura sull'aspettativa di vita. Non è vero, come prova moltissima letteratura scientifica. Un concetto che deve diventare patrimonio di tutti. Perché soffrire per un dolore non necessario, oggi non è più ammissibile.

elena.zuppini@sacrocuore.it