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Dal 1° luglio anche le società sportive dilettantistiche devono dotarsi di defibrillatore, ma il vero problema è formare persone che sappiano cosa fare in caso di arresto cardiaco. I consigli del cardiologo e del medico sportivo

14 aprile 2012. A Pescara, durante una partita di serie B, si accascia a terra il giocatore del Livorno Piermario Morosini che muore poco dopo a causa di un arresto cardio-circolatorio dovuto ad una cardiomiopatia aritmogena. Nei giorni successivi la Procura della Repubblica di Pescara apre un’inchiesta sui soccorsi, contestando ai medici presenti al campo il mancato utilizzo del defibrillatore nei tentativi di rianimazione del giocatore.

 

A seguito di questo episodio, nel 2013 un decreto ha stabilito per tutte le società sportive professionistiche l’obbligo di dotarsi di un defibrillatore. Ed ora, a partire dal 1° luglio 2017, l’obbligo è stato esteso anche alle società dilettantistiche. Il nuovo decreto, varato congiuntamente dai Ministeri della Salute e dello Sport, impone che ogni impianto sportivo dove si svolgono delle competizioni, anche a livello dilettantistico, deve essere dotato di un defibrillatore semiautomatico. E sta ai gestori dell’impianto, in accordo con le società che lo utilizzano, la responsabilità di garantire che durante ogni gara sia presente almeno una persona formata all’utilizzo dello strumento salvavita. Sono invece esclusi dall’obbligo gli sport considerati a basso stress cardio-circolatorio (vedi lista degli sport esenti).

 

“Sicuramente la scelta di rendere obbligatorio il defibrillatore anche per le competizioni dilettantistiche è molto importante.Infatti se casi come quello di Morosini, per quanto molto rari, possono capitare tra i professionisti che sono super-controllati dal punto di vista sanitario, a maggior ragione possono succedere tra i dilettanti, anche se la visita medico-sportiva obbligatoria per tutti rappresenta sicuramente un importante strumento di prevenzione”, afferma il dottor Roberto Filippini, responsabile della Medicina dello Sport dell’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria (foto 1 Udali).

 

Al di là dell’acquisto del defibrillatore, il vero nodo critico della nuova norma è rappresentato dalla formazione del personale addetto all’uso dello strumento salva-vita. “A cosa serve avere a disposizione un defibrillatore, se non ci sono persone capaci di utilizzarlo e di gestire la situazione quando un atleta è colpito da un arresto cardiaco?” afferma il dottor Giulio Molon, responsabile della Struttura semplice di Elettrofisiologia e Cardiostimolazione di Negrar (foto 2). Il dottor Molon, da tempo è impegnato in progetti di “Città Cardioprotetta” al fine di sensibilizzare la popolazione sul fatto che “‘l’arresto cardiaco è un evento improvviso e imprevedibile che può accadere e pertanto ciascuno di noi dovrebbe essere in grado di intervenire se vi assiste”. Grazie ai progetti di cui è stato consulente, nel Veronese circa 600 persone hanno partecipato ai corsi BLSD (Basic Life Support – Defibrillation) e sono stati installati nei vari comuni una settantina di DAE, Defibrillatori Automatici Esterni.

 

I corsi BLSD sono rivolti in particolare a chi opera nelle società sportive – aggiunge il cardiologo – durano in genere solo cinque ore.Non si tratta solo di imparare ad usare il defibrillatore, che in realtà è programmato per guidare passo per passo colui che lo utilizza. Ma è fondamentale che le persone siano formate ad avviare la ‘catena della sopravvivenza’: ossia chiamare il 118, iniziare il massaggio cardiaco, procedere con la respirazione bocca a bocca ed utilizzare il defibrillatore, che solo in caso di arresto cardiaco emette la scarica elettrica necessaria per “resettare” il cuore. In questi casi nel cuore infatti vi è un’aritmia con battiti talmente veloci da non permettere contrazioni cardiache efficaci, in pratica il cuore si ferma. Il defibrillatore elimina l’aritmia così da far ripartire il cuore con il suo battito normale. L’obiettivo della rianimazione è tenere l’atleta in vita e con il cervello ben ossigenato fino a quando arriva l’ambulanza!”. Solo qualche dato per capire l’importanza di “sapere cosa fare”. Meno del 5% delle persone colpite da arresto cardiaco sopravvive se non trattata in tempo; la percentuale sale al 10-20% in presenza di testimoni che si attivino, arriva fino al 60% se è possibile utilizzare il DAE.

 

Il decreto prevede che il defibrillatore sia presente nell’impianto sportivo, per cui sta alle società che usano l’impianto accordarsi sull’acquisto e sulla manutenzione. Dove non c’è un impianto, ad esempio per gli sport che si svolgono sulla strada come il ciclismo, non c’è obbligo di defibrillatore. Inoltre la legge prevede che lo strumento e il personale capace di usarlo siano presenti durante lo svolgimento di una gara, pena la sospensione della stessa, mentre l’obbligo non è previsto per gli allenamenti. “In effetti questa è una contraddizione, perché incidenti come quello di Morosini possono capitare anche in allenamento – puntualizza Filippini – per questo vale la pena fare una riflessione su quale personale vada formato all’uso del defibrillatore. Tra i più indicati potrebbero esserci gli allenatori e gli accompagnatori, che sono presenti anche durante gli allenamenti, oltre naturalmente al massaggiatore sportivo per le società che ne hanno uno. Tutto sommato anche gli arbitri e i giudici di gara potrebbero fare i corsi BLSD, visto che durante le competizioni sono sempre presenti”.

 

“L’arresto cardiaco può accadere anche in cuori normalissimi oppure che hanno delle anomalie molto lievi e difficilissime da cogliere con le diagnostiche a cui sono sottoposti gli atleti,anomalie che diventano importanti in situazioni dove il cuore è sottoposto a grande stress” interviene ancora Molon. E per quanto riguarda le cause? “Dietro l’arresto cardiaco ci possono essere anomalie non note: coronarie che nascono in maniera anomala o cardiomiopatie ipertrofiche non diagnosticate, displasia aritmogena del ventricolo destro, sindrome del QT lungo o sindrome di Brugada”.

 

In realtà la visita medico sportiva obbligatoria per chi pratica sport sia a livello agonistico sia non agonistico è già di per sé uno strumento molto importante per individuare le maggiori situazioni di rischio cardiaco. “Con l’introduzione delle visite i casi di arresto cardio-circolatorio sono in diminuzione – dice Filippini – La visita agonistica è ovviamente più approfondita e a livello cardiaco prevede sia un elettrocardiogramma a riposo sia sotto sforzo. Invece a livello non agonistico viene fatto solo l’elettrocardiogramma a riposo, già sufficiente a individuare le anomalie più significative. Naturalmente con l’avanzare dell’età è opportuno che i controlli vadano più a fondo, per questo noi consigliamo dopo i 35-40 anni, a seconda del tipo di sport, un test da sforzo al cicloergometro“.