Alla biologa Elena Pomari il premio "Positive Droplet Award” nell'ambito della lotta contro il Covid

La dottoressa Elena Pomari, che all’interno del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali è referente del Trasferimento Tecnologico, è stata premiata per l’attività di ricerca sui vantaggi della tecnica ddPCR rispetto alle tecniche di riferimento come la Real-Time PCR applicata nell’ambito del Sars-CoV2

La dottoressa Elena Pomari, biologa del Dipartimento di Malattie Infettive Tropicali e Microbiologia, è stata insignita del premio “Positive Droplet Award”, categoria “Fight Against SARS-CoV-2”, indetto dalla Biorad, la multinazionale con sede in California specializzata in biotecnologie sia in ambito diagnostico che di ricerca.

Il riconoscimento rientra nelle celebrazioni per i 10 anni dall’immissione sul mercato da parte della stessa Biorad del macchinario Droplet Digital PCR (ddPCR), che applica l’omonima tecnica di biologia molecolare.

La dottoressa Pomari, che all’interno del Dipartimento diretto dal professor Zeno Bisoffi è referente del Trasferimento Tecnologico, è stata premiata per l’attività di ricerca sui vantaggi della tecnica ddPCR rispetto alle tecniche di riferimento come la Real-Time PCR, familiare anche al grande pubblico in quanto viene impiegata per la diagnosi molecolare del SARS-CoV-2. In particolare proprio in riferimento al virus responsabile della COVID19, la biologa dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria è stata, insieme ai suoi colleghi, tra i primi a sviluppare un sistema di quantificazione della carica virale con la ddPCR direttamente sul tampone nasofaringeo senza dover effettuare il passaggio che precede la PCR e cioè quello di estrazione e purificazione dell’RNA virale, e quindi riducendo costi e tempi dell’analisi.

La giuria del Positive Droplet Award ha assegnato il premio alla dottoressa Pomari, classe 1983, sulla base del suo contributo nell’applicazione della ddPCR nella lotta contro il SARS-CoV-2 e delle pubblicazioni scientifiche presentate.

La tecnica di biologia molecolare Droplet Digital PCR ha l’obiettivo, come la Real-Time PCR, di cercare gli acidi nucleici di un patogeno (ad esempio un batterio o un virus) che ne individuano la presenza in un organismo – spiega la biologa –. Il nostro Dipartimento impiega questa metodica, e il relativo macchinario, da alcuni anni sui parassiti. In particolare stiamo indagando i vantaggi di questa tecnica sulla quantificazione, cioè sulla misurazione della quantità del plasmodium della malaria. Con l’avvento della pandemia, abbiamo applicato la ddPCR anche per la ricerca del SARS-CoV-2. Infatti, per quanto riguarda l’ambito della virologia, la ddPCR ha  mostrato già utili applicazioni per il virus dell’HIV, per il Citomegalovirus e per il virus dell’epatite B”.

Ma quali sono i vantaggi della Droplet Digital PCR rispetto alle tecniche tradizionali? “Sicuramente è una metodica che può risultare più sensibile– risponde -. Quando la carica virale è alta le due tecniche sono simili. Il vantaggio si presenta nel momento in cui, invece, la carica è bassa, cioè quando la quantità del genoma virale all’interno del materiale prelevato è minima. In questi casi la PCR classica può non risultare sufficiente alla rilevazione del patogeno, mentre con la ddPCR il rilevamento è immediato con notevoli vantaggi dal punto di vista diagnostico”.


Sacro Cuore: una mostra e una targa per celebrare il Centenario

La ricorrenza del Sacro Cuore di Gesù è una delle due Feste patronali dell’Ospedale di Negrar. Quest’anno è stata speciale perché celebrata nel Centenario della struttura ospedaliera (1922-2022). Per l’occasione è stata scoperta una targa commemorativa e inaugurata una mostra fotografica che racconta un secolo di vita del Sacro Cuore: da Ospizio per anziani a Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico

Una speciale ricorrenza del Sacro Cuore –  Festa patronale dell’Ospedale di Negrar – quella celebrata questa mattina all’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria. Il tradizionale appuntamento di inizio estate si è coniugato con le celebrazioni del Centenario della struttura ospedaliera della Valpolicella (1922-2022).

Le celebrazioni hanno visto lo scoprimento della targa commemorativa del Centenario e l’inaugurazione della mostra fotografica “100 anni Sacro Cuore Don Calabria-Immagini e voci di una grande storia”, realizzata dal fotografo Renzo Udali con l’Ufficio Stampa dell’Ospedale (Elena Zuppini e Matteo Cavejari).

La mostra (35 grandi pannelli fotografici) è allestita nel tunnel di collegamento al piano terra della palazzina d’ingresso. Ogni pannello è dotato di una formella che riporta un testo esplicativo e, alcune, un QRCODE, attraverso il quale è possibile vedere filmati storici e attuali. Le foto degli anni del secolo scorso provengono dall’Archivio Storico di San Zeno in Monte (Casa Madre dell’Opera Don Calabria) e da quello dell’Ospedale, mentre le immagini della storia più recente sono state realizzate da Udali, che ha effettuato la post-produzione dell’intero materiale fotografico. Il percorso racconta attraverso l’evoluzione strutturale e tecnologica dell’ospedale di Negrar, anche il progresso della scienza medica nell’ultimo secolo.

La mostra è visitabile liberamente da tutti coloro che si recano in ospedale per motivi sanitari.

Le celebrazioni si sono concluse con la messa nella chiesa di Negrar, presieduta da mons. Giuseppe Zenti, Vescovo di Verona. Un omaggio, quello dell’eucaristia in parrocchia, al parroco don Angelo Sempreboni, che nel 1922 realizzò il Ricovero Casa del Sacro Cuore, per dare una risposta ai bisogni degli anziani del paese. Il sacerdote originario di Fumane aveva realizzato anche una struttura che nelle sue intenzioni doveva diventare un ospedale.  Un sogno, questo, che prese nelle sue mani don Giovanni Calabria nel 1933, quando la Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, da lui fondata, assunse la proprietà di Casa del Sacro Cuore e degli edifici adiacenti, collocati nella zona dell’attuale Pronto Soccorso.

Oggi l’Ospedale è un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico per le Malattie Infettive e Tropicali (IRCCS); è un ospedale Classificato ed Equiparato agli ospedali pubblici pur essendo di proprietà privata e Presidio Ospedaliero della Regione Veneto. Conta 549 posti letto a cui si aggiungono i 365 dell’aerea sociale, 30.661 ricoveri nel 2021 di cui il 23% provenienti da fuori regione, e oltre 22mila interventi chirurgici. I dipendenti sono 2.318 di cui 416 medici.

La targa commemorativa di marmo rosso Verona è collocata sulla facciata della chiesa dell’Ospedale Sacro Cuore, nei pressi della quale sorgeva il Ricovero Casa del Sacro Cuore e riporta la frase profetica scritta da San Giovanni Calabria in una lettera datata 17 agosto del 1948 a fratel Camillo Clementi: “L’Ospedale Sacro Cuore di Negrar, che nei disegni della Divina Provvidenza occupa uno dei posti più belli e che è destinato a svilupparsi sempre più e sempre meglio”.

“L’abbandono filiale alla Provvidenza realizza grandi cose, scriveva don Calabria nel 1953 parlando dell’Ospedale”, ha detto il presidente del “Sacro Cuore Don Calabria”, fr. Gedovar Nazzari, aprendo le celebrazioni. “Se ci guardiamo attorno, se pensiamo al lavoro svolto ogni giorno per il bene dei pazienti, ai tanti di loro che attraversano l’Italia per curarsi qui da noi: questo ospedale è una grande cosa. L’abbandono filiale alla Provvidenza e ai suoi disegni quindi prosegue ancora oggi. Prosegue nel lavoro di voi collaboratori, grazie alla vostra professionalità e umanità con cui mostrate, come voleva don Calabria, che “Iddio c’è e che da Padre buono pensa alle sue creature”.

“Cento anni fa qui sorgeva un ricovero per anziani, oggi un Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) – ha detto l’amministratore delegato Mario Piccinini -. Uno sviluppo strutturale e tecnologico enorme. Ma questo non sarebbe stato possibile senza gli operatori di ieri e di oggi, senza la loro competenza e la loro capacità professionale, unite a un grande cuore. In una struttura che oggi conta 2.300 persone è difficile conoscersi personalmente. Ma io posso dire che ci conosciamo tutti, perché conosciamo il nostro grande cuore”.

Prima dello scoprimento e della benedizione della targa commemorativa da parte di don Ivo Pasa, delegato dell’Opera Don Calabria per l’Europa, don Alfonso Bombieri  ha letto il messaggio augurale del nuovo Superiore generale dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, padre Massimiliano Parrella, eletto lo scorso 25 maggio e assente perché colpito da Covid: “Auspico a breve di poter celebrare con voi il traguardo e continuare a lodare la Provvidenza e tutti i suoi i collaboratori per le meraviglie che si manifestano anche in questo luogo provato dalla malattia e dalla sofferenza”.

Nell’introdurre la mostra il fotografo Renzo Udali ha sottolineato che “la storia non va dimenticata, ma documentata. A me è stato dato il privilegio di documentare la straordinaria e centenaria storia dell’Ospedale di Negrar. E’ stato un percorso entusiasmante di selezione, di restauro di immagini storiche e di realizzazione di nuove. Il risultato è un racconto su cui riflettere, lungo il quale le foto antiche descrivono l’ospedale di ieri mettendo in luce quello di oggi, un’eccellenza nazionale riconosciuta in tutta Italia”

Tra le fotografie più significative quella della sala operatoria dove nel 1944 è stato eseguito il primo intervento, il cui confronto con le sale operatorie di oggi (dotate di robot chirurgici) rappresenta non solo lo sviluppo che in un secolo ha avuto l’Ospedale di Negrar ma anche quello della scienza medico-chirurgica. Straordinari anche i documenti ritrovati, come la riproduzione del contratto di acquisto, datato 1933, della Casa del Sacro Cuore e degli edifici adiacenti da parte della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza. A vendere la proprietà avuta in eredità dal fratello, la sorella del parroco di Negrar, Maria Sempreboni.


Allarme zecche: attenzione, ma niente panico

Dall’inizio della primavera si registra una presenza  di zecche superiore agli scorsi anni e quindi un numero maggiore di persone che si rivolgono al Pronto Soccorso perché morsi da questo aracnide. Non tutti i morsi di zecca tuttavia possono comportare un’infezione: la zecca per infettare deve essere infetta. Ma quando lo è si può subire non banali conseguenze. Ecco come prevenire i morsi e come agire nel caso in cui, invece, si incorre in questo spiacevole evento.

Non c’è passeggiata in montagna in cui non si senta qualcuno escalamare allarmato: ci sono le zecche! Questi poco simpatici “animaletti” (precisamente aracnidi ematofagi, come i ragni) hanno sempre abitato le zone boschive e rurali con impennate nei mesi primaverili, ma quest’anno  la stagione delle zecche sembra sia iniziata prima e sia caratterizzata da “un’invasione”. Colpa della siccità, del caldo anomalo, qualcuno dice del lockdown che ha favorito la discesa dalle montagne di animali selvatici, sta di fatto che un certo aumento di presenza delle zecche è in atto. Il Pronto Soccorso dell’IRCCS di Negrar, infatti, ha registrato un accesso per morso di zecca sia in gennaio, febbraio e marzo, per poi schiazzare a 11 accessi in aprile e s 23 a maggio.

Questo  non significa che ad ogni morso corrisponda un’infezione. La zecca per infettare deve essere a sua volta infetta, ma se lo è, può trasmettere patogeni responsabili di gravi patologie come la malattia di Lyme (trasmessa dal batterio Borrelia Burgdorferi, infatti viene chiamata anche Borreliosi) e il virus della TBE (Tick-borne Encephalitis) che causa l’encefalite da zecche. Le zecche portatrici di queste patologie sono soprattutto nel nord-est dell’Italia (Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Veneto).

Nella maggior parte dei casi la malattia di Lyme può essere trattata con successo attraverso la somministrazione di antibiotici per due settimane. Tuttavia se non viene riconosciuta e curata in rari casi la malattia può arrivare a colpire il cuore, le articolazioni e il sistema nervoso nei mesi e negli anni successivi. Per la TBE non è disponibile nessuna terapia e di solito si risolve da sola, ma nella fase avanzata può colpire il sistema nervoso, con sintomi simili a quelli della meningite. La mortalità è inferiore al 2%, ma il rischio di complicanze neurologiche permanenti (da lievi tremori agli arti fino alla paralisi) a lungo termine è del 20%. L’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria, insieme all’ospedale di Belluno, è centro accreditato della Regione Veneto per le malattie rare infettive, tra cui quelle trasmesse dalle zecche.

COME PROTEGGERSI DAL MORSO DI ZECCA

Bastano piccoli e semplici accorgimenti per fare in modo di non incorrere in un morso di zecca, di per sé non doloroso, perché la zecca libera delle sostanze anestetizzanti al fine di rimanere più a lungo attaccata e nutrirsi con la maggiore quantità di sangue.

Abbigliamento e repellenti

Le zecche prosperano nei terreni boschivi ombrosi e umidi, sulle radure e sui prati, sui campi aperti e sui cespugli. Pertanto se si visita una zona dove la presenza di zecche infette è endemica, è consigliabile adottare un abbigliamento protettivo (pantaloni lunghi, scarponi) su cui spruzzare repellenti specifici.

Vaccino, ma solo le la TBE

Per la TBE è in commercio un vaccino, ad oggi somministrato gratuitamente solo in Friuli Venezia Giulia, zona endemica della malattia, ma consigliabile a tutti coloro che frequentano spesso anche le aree montane e rurali del Trentino Alto Adige e del Veneto.

Controlli dopo la passeggiata

Proprio per la mancanza di dolore, è facile non accorgersi di essere stati morsi. Per questo dopo essere stati in aree dove potrebbe registrarsi la presenza di zecche è importante controllare attentamente la propria persona, eventuali bambin,i e gli indumenti. La zecca può variare come dimensioni (dipende se adulta, ninfa o larva) dalla testa di uno spillo alla grandezza di una gomma applicata dalla matita. Il morso ha solitamente l’aspetto di una piccola lentiggine in rilievo che non si riesce a staccare.

COSA FARE SE SI E’ STATI MORSI
Togliere la zecca

Non è necessario recarsi al Pronto Soccorso ma è fondamentale togliere immediatamente la zecca: esistono in commercio delle apposite pinzette a punta fine, ma ciò che è importante è tirare verso l’alto senza schiacciare o stringere il corpo della zecca, provocare torsioni o strattoni. Non si devono applicare unguenti o somministrare calore in quanto questo indurrebbe un riflesso di rigurgito del sangue succhiato, con un forte aumento di rischio di infezioni.

Disinfettare la ferita

Se all’interno della ferita rimane il rostro, cioè il “gancio” con cui la zecca si attacca, non è pericoloso perché l’eventuale infezione è nel corpo della zecca. Lavare la ferita con acqua calda e sapone e applicare un antisettico come alcol o iodio sull’area interessata.

Attenzione all’insorgenza di sintomi entro 30 giorni

Segnare sul calendario il giorno del morso e recarsi in un Centro di malattie infettive se nell’arco di 30 giorni sorgono sintomi come rash cutaneo rossastro attorno alla sede del morso, febbre, mal di testa, male alle ossa, difficoltà di movimento. Se si è stati in area tropicale dove sono molto diffuse numerose malattie dovute alle zecche infette da vari batteri riconducibili alla famiglia delle rickettsie e sorgono sintomi di vario tipo è fondamentale rivolgersi a Centri che curano anche le malattie tropicali.

Come escludere l’infezione

Non tutte le zecche risultano infette per cui nella maggior parte dei casi non compare alcun disturbo. L’assenza di infezione può essere definitivamente documentata effettuando una sierologia per Borrelia burgdorferi e per TBE virus dopo almeno 6-8 settimane dal morso. Un esame sierologico effettuato prematuramente potrebbe risultare erroneamente negativo in quanto gli anticorpi non hanno avuto ancora il tempo di formarsi.


Calcoli alla colecisti: quando è necessario asportarla chirurgicamente

Dr.ssa Irene Gentile

Nel video qui sotto, la dottoressa Irene Gentile, chirurgo della Chirurgia Generale diretta dal dottor Giacomo Ruffo, affronta il tema delle patologie della colecisti, comunemente chiamata cistifelia. 

La colecisti è una sorta di serbatorio delle vie biliani in cui viene raccolta, concentrata ed emulsionata la bile, prodotta dal fegato per la digestione degli alimenti più complessi. Quando la concentrazione della bile non è in equilibrio tra i suoi vari componenti si formano delle cristallizzazioni, i cosidetti calcoli. Una condizione molto diffusa: si stima che il 20% della popolazione se sottoposta a ecografia alla cistifelia presenta dei calcoli.

Questo tuttavia non significa che la presenza di un calcolo comporti il cattivo funzionamento della cistifelia e non tutte le cistifelie che presentano calcoli devono essere asportate. Per questo è necessario riferirsi a una specialista quando si manifestano sintomi (dolore, gonfiore dopo i pasti) che di lieve rilevanza


Screening gratuito per l'epatite C: è possibile fare il test anche al "Sacro Cuore"

La Regione Veneto promuove uno screening gratuito per la diagnosi dell’HCV, il virus responsabile dell’epatite C, ed è rivolto a tutte le persone nate dal 1969 al 1989. Il test (un semplice prelievo di sangue) può essere effettuato anche al “Sacro Cuore DOn Calabria” su prenotazione.  Ma cosa può comportare l’infezione da HCV? Lo spiega nell’intervista la dottoressa Sara Boninsegna, epatologa

Viene effettuato anche all’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria lo screening per la diagnosi dell’HCV, il virus responsabile dell’epatite C, promosso dalla Regione Veneto. Si tratta di un semplice prelievo di sangue che è possibile prenotare direttamente sul sito www.sacrocuore.it, bottone “prelievo senza coda”. Non serve l’impegnativa ed è totalmente gratuito. In alternativa si può attendere di ricevere l’invito ad effettuare il test seguendo le indicazioni che verranno fornite dalla propria Ulss.

Lo screening è rivolto a tutte le persone nate tra il 1969 e il 1989 e ad alcune popolazioni come i detenuti e coloro che sono seguiti dai Servizi delle Dipendenze.

Sara Boninsegna, gastroenterologa IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar
Dr. Sara Boninsegna

“Lo screening ha un doppio obiettivo. Innanzitutto la diagnosi precoce per la cura dell’epatite C è fondamentale per prevenire graviazioni selezionate, come coloro che sono seguiti dai Servizi delle Dipendenze e i detenuti. complicanze dell’infezione, quali la cirrosi e quindi, in molti casi, il tumore del fegato (epatocarcinoma). Inoltre la guarigione di tutti malati interrompe la catena dell’infezione, eradicando di fatto il virus. Questo è possibile grazie alla disponibilità di farmaci altamente efficaci”, spiega la dottoressa Sara Boninsegna, epatologa della Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva dell’IRCCS di Negrar. “Sottolineo anche – prosegue – che non non esiste memoria immunologica protettiva contro tutti i tipi di virus HCV, pertanto il test è consigliato anche per coloro che sono già stati infettati”.

Dottoressa Boninsegna, cos’è l’epatite C?

Si tratta di un’infezione del fegato provocata dal virus HCV: l’OMS stima che nel mondo vi siano 58 milioni di persone con malattia cronica, e ogni anno si registrano 1,5 milioni di nuove diagnosi. E’ una patologia subdola, perché in fase acuta non dà sintomi specifici, ma comuni ad altre patologie, come per esempio una forte stanchezza (astenia). Pertanto è raro che il paziente si rivolga al medico nella fase iniziale dell’infezione se non nel caso in cui esegue per altri motivi gli esami del sangue e risultino dei valori anomali delle transaminasi. Oppure nell’ambito di protocolli diagnostici per patologie immunosoppressive o reumatologiche per le quali è compreso anche il test per l’HCV.

Perché può trasformarsi in una patologia grave?

Se nel 20% dei casi l’infezione si risolve da sola, in ben l’80% cronicizza con il rischio di trasformarsi in cirrosi (20%) e quindi (nel 2-3% dei casi) in tumore del fegato. Quando la patologia è avanzata può portare anche a problemi renali o reumatologici, e diventare fattore di rischio per i linfomi. Più che l’infezione, sono pesanti per il paziente – e onerose per la Sanità pubblica –  le complicanze che comporta se la patologia non viene trattata.

Come si contrae l’infezione?

Tramite il contatto con sangue infetto. Prima degli anni ’80, quando l’HVC non era stato ancora scoperto, una delle maggiori fonti di infezione erano le trasfusioni. Alcuni anni fa vedevamo anche pazienti infettati dopo cure odontoiatriche o causa di tatuaggi, nel tempo in cui venivano effettuati in ambienti non idonei. Oggi diagnostichiamo l’HCV in persone che hanno un presente o un passato di tossicodipendenza, con l’assunzione di sostanze stupefacenti per vena. Invece è rara la trasmissione sessuale, a differenza dell’epatite B, per la quale non esiste il vaccino che abbiamo invece per la C.

Come viene diagnosticato il virus HCV?

Con un semplice prelievo di sangue. Ma attenzione: se il test rileva l’anticorpo HCV non significa che sia in atto l’epatite C. Può anche essere che il soggetto sia venuto in contatto con il virus e abbia sviluppato gli anticorpi. La diagnosi definitiva viene fatta con la ricerca del genoma del virus, tramite indagine di biologia molecolare.

Quali sono le terapie?

La svolta nella cura dell’epatite C è arrivata nel 2014, anno che segna la disponibilità di farmaci in grado di debellare per sempre l’infezione. In precedenza usavamo l’interferone associato con la ribavirina. Molecole che erano poco tollerate dai pazienti a causa dei pesanti effetti collaterali e inoltre l’efficacia era solo del 70% per genotipi più sensibili e si fermava al 40% per quelli meno sensibili. Grazie alla ricerca, oggi possiamo usare degli antivirali diretti, in grado di inibire la replicazione del virus. Sono farmaci ben tollerati dal paziente. L’unico problema consiste nell’interazione con altri farmaci. Pertanto richiedono una certa attenzione nella prescrizione se il paziente assume altre terapie (per esempio per il colesterolo, per il reflusso o per l’epilessia…). La terapia prosegue al massimo per tre mesi e il farmaco viene distribuito dalle farmacie ospedaliere.

Tutti i pazienti hanno accesso ai farmaci?

Tutte le persone colpite dal virus possono accedere alla terapia. All’inizio gli antivirali a causa dell’alto costo erano prescritti solo ai pazienti con patologia avanzata. Con l’arrivo di più farmaci sul mercato (nel 2019) i costi per il Servizio Sanitario Nazionale si sono notevolmente abbassati dando la possibilità a tutti di curarsi.


Giornata mondiale dell'ortottista, una figura importante per la salute dei nostri occhi

Domani 6 giugno è la Giornata mondiale dell’ortottista, una figura che affianca l’oculista nella sua attività clinica, ma con competenze specifiche sia nell’ambito diagnostico che in quello riabilitativo. 

Il primo lunedì di giugno, dal 2013, si celebra la Giornata mondiale dell’ortottica per promuovere le attività degli ortottisti nel mondo.

L’ortottista assistente di oftalmologia è il professionista sanitario che opera nell’ambito della visione dall’età pediatrica fino all’età senile e “tratta i disturbi motori e sensoriali della visione ed effettua le tecniche di semeiologia strumentale-oftalmologica”.

All’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria gli ortottisti dell’Unità Operativa Complessa di Oculistica, diretta della dottoressa Grazia Pertile, sono 13: Samantha Arcoria, Fabrizio Arena,  Elisa Bellesini, Giovanni Chillemi, Fabio Di Cerbo, Gaia Giacomello, Loredana Mazza, Alessia Menegotti, Lisa Munaretto, Gloria Parrozzani, Eleonora Rocco, Alberto Saccomanno e Francesca Tamellini

La professione dell’ortottista è nata in Italia nel 1955 da un percorso universitario di laurea Triennale in “Ortottica ed assistenza oftalmologica” e appartiene all’area della riabilitazione. Con l’entrata in vigore della Legge Lorenzin è stato costituito un unico grande ordine professionale: la Federazione Nazionale dei TSRM e delle PSTRP (tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni Sanitarie Tecniche della Riabilitazione e della Prevenzione), che include 220mila professionisti sanitari afferenti a 19 diversi albi.

In Italia gli ortottisti assistenti di oftalmologia sono oltre 3000. Si tratta di una professione poco numerosa quindi spesso poco conosciuta, questo comporta che per esami, valutazioni e riabilitazione visiva numerose persone, bambini e adulti, non vi accedano o vi arrivino in ritardo.

I professionisti della visione in Italia sono molteplici: oculisti, ortottisti ed ottici.

Si tratta di professionisti con competenze e profili diversi ma complementari tra loro, che non sempre l’utenza riesce a definire e distinguere in maniera corretta. L’ortottista assistente di oftalmologia è il professionista sanitario che opera in autonomia e in stretta collaborazione con le figure mediche e con altri professionisti sanitari nella prevenzione, valutazione e riabilitazione dei disturbi motori e sensoriali della visione (ambliopia o occhio pigro, strabismo, diplopia, test di Hess Lancaster, applicazione prismatica etc..).

L’ortottista effettua le tecniche di semeiologia strumentale-oftalmologica (esame della rifrazione, campo visivo, OCT, angiografia retinica, pachimetria corneale, biomicroscopia endoteliale, topo/tomografia corneale, esami elettrofunzionali visivi, biometria, test della percezione dei colori, sensibilità al contrasto, test visivi per rinnovo patente o per invalidità etc.).

È il riabilitatore del paziente ipovedente, dei bambini con DSA che presentano alterazione delle abilità visive, dei pazienti con disordini visivi in sindromi neurologiche.

Analizza la qualità della visione nei luoghi di lavoro e tratta i disturbi astenopeici.

Assiste il chirurgo oftalmologo nelle sale operatorie di oculistica (strumentazione e ruolo di key operator).

Svolge attività di ricerca scientifica (raccolta di dati clinici e strumentali, data manager etc).

L’ortottista assistente di oftalmologia opera in strutture sanitarie pubbliche del Sistema Sanitario Nazionale, private accreditate e convenzionate, studi individuali e associati in regime di dipendenza o libero-professionale, centri-strutture di riabilitazione, in istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS). Svolge consulenza in ambito di qualità di visione presso Aziende, Associazioni e Società sportive.


Breve profilo del nuovo Casante, della Madre e dei loro Consigli

Domenica 29 maggio si sono conclusi i Capitoli Generali dei Poveri Servi e delle Povere Serve della Divina Provvidenza, durante i quali sono stati eletti il nuovo Casante, che è don Massimiliano Parrella, e la Madre Generale, che è la riconfermata Sor. Lucia Bressan. Inoltre sono stati eletti i nuovi Consigli Generali che li affiancheranno.

 

Si sono conclusi i XII Capitoli Generali dei Poveri Servi e delle Povere Serve della Divina Provvidenza, celebrati a Maguzzano per tutto il mese di maggio. Si tratta di un evento che accade ogni sei anni, durante il quale si riuniscono i rappresentanti delle due Congregazioni provenienti da tutte le parti del mondo.

Negli incontri assembleari i religiosi e le religiose di don Calabria si sono confrontati sulle sfide che attendono l’Opera calabriana nei prossimi anni, avviando un lavoro di rinnovamento all’insegna della comunione e della sinodalità tra Fratelli e Sorelle e con i Laici. Sul sito dell’Opera è possibile leggere il messaggio finale dei capitolari alla Famiglia Calabriana (vedi messaggio), mentre il documento finale del Capitolo che contiene gli obiettivi dei prossimi anni sarà divulgato tra pochi giorni.

Durante i Capitoli c’è stato anche il rinnovo delle cariche apicali delle Congregazioni. In particolare è stato eletto il nuovo Casante, ovvero il successore di don Calabria alla guida dell’Opera; e poi la nuova Madre delle Sorelle e i Consigli Generali.

Il nuovo Casante e il suo Consiglio

Il nuovo Casante è don Massimiliano Parrella, eletto dai 38 capitolari dei Poveri Servi nella mattina di mercoledì 25 maggio. Don Max, di 45 anni e di nazionalità italiana, diventa dunque il settimo successore di don Calabria, succedendo a don Miguel Tofful che era alla guida dell’Opera dal 2008. L’ultimo Casante italiano prima di don Parrella era stato don Pietro Cunegatti, il cui mandato era terminato 26 anni fa.
Nella visione originaria di don Calabria il Casante, che letteralmente significa custode, ha il compito di vegliare sul rispetto dello spirito puro e genuino dell’Opera per conto del suo vero padrone che è Dio Padre. Questo sarà dunque il compito di don Massimiliano per i prossimi sei anni, fino al Capitolo Generale del 2028.
Don Massimiliano Parrella, originario di Roma, ha emesso la sua prima professione come Povero Servo della Divina Provvidenza nel 2003. E’ sacerdote dal 2007. Dopo i primi anni di formazione trascorsi a Verona tra le case di via San Marco, Nazareth e San Giacomo l’obbedienza lo ha chiamato a Roma come parroco della parrocchia calabriana di Santa Maria Assunta e San Giuseppe, a Primavalle. Incarico che ha ricoperto fino a oggi, quando il Capitolo lo ha chiamato ad essere Casante di tutta l’Opera fondata da San Giovanni Calabria.
Successivamente i capitolari hanno eletto il nuovo Consiglio Generale. Ne fanno parte: l’argentino don Fernando Speranza (49), vicario generale; don Bineesh Mancheril, indiano (38), fratel Gedovar Nazzari, brasiliano (65) che è anche presidente dell’ospedale di Negrar e fratel Lino Busi, italiano (55). I quattro eletti faranno parte del Consiglio Generale insieme al nuovo Casante e resteranno in carica fino al prossimo Capitolo nel 2028.

La Madre Generale e il suo Consiglio

Sempre il 25 maggio le Sorelle Capitolari hanno eletto la loro Madre Generale, confermando nell’incarico Sor. Lucia Bressan, 59 anni e nativa di Treviso. Madre Lucia, che aveva già questo incarico nel sessennio appena trascorso, è l’ottava Madre Generale della Congregazione. Guiderà le Povere Serve della Divina Provvidenza per i prossimi sei anni fino al 2028.
Anche le Sorelle hanno scelto il loro nuovo Consiglio Generale. Sono state elette Sor. Loris Teresinha Trevisol, brasiliana di 58 anni, come vicaria generale; Sor. Raquel Serejo, brasiliana (40); Sor. Ionà Maria Dos Santos, brasiliana (52); Sor. Luigia Campi, italiana (56).


L'Opera Don Calabria in udienza da Papa Francesco

Lunedì 30 maggio Papa Francesco ha accolto in visita privata una delegazione dell’Opera Don Calabria guidata dal nuovo Casante, don Massimiliano Parrella, e dalla Madre Generale Lucia Bressan. Con loro i Fratelli e le Sorelle che hanno partecipato ai XII Capitoli Generali e un gruppo di laici della Famiglia Calabriana

La cultura della condivisione e la fiducia nella Provvidenza sono l’antidoto contro la cultura dell’indifferenza e dello scarto da cui è dominata la società di oggi. E’ questo il cuore del messaggio che Papa Francesco ha indirizzato ai rappresentanti dell’Opera Don Calabria nell’udienza privata di lunedì 30 maggio. Un messaggio che ha scaldato il cuore dei presenti, ai quali il sommo pontefice ha ricordato la missione lasciata da san Giovanni Calabria di “andare alle periferie per mostrare il volto paterno e materno di Dio“.

VEDI MESSAGGIO COMPLETO DEL PAPA

L’udienza nella Sala Clementina è stata la degna conclusione dei XII Capitoli Generali dei Poveri Servi e delle Povere Serve della Divina Provvidenza, le due Congregazioni fondate da don Calabria, che si sono celebrati nel mese di maggio a Maguzzano (Brescia).

Durante i Capitoli i religiosi e le religiose si sono confrontati sulle sfide che attendono l’Opera oggi, portando avanti un lavoro sinodale con i rappresentanti dei laici impegnati nelle attività calabriane nel mondo. Inoltre i capitolari hanno eletto il nuovo Casante, che è don Massimiliano Parrella, e la nuova Madre Generale, confermando in questo incarico Sor. Lucia Bressan.

I Capitoli si sono conclusi domenica 29 maggio, mentre lunedì 30 i capitolari si sono recati a Roma per l’udienza. Partiti di notte in pullman da San Zeno in Monte, i partecipanti sono arrivati di primo mattino a Roma, accolti dalla comunità parrocchiale di Santa Maria Assunta e San Giuseppe. Dopo la celebrazione di una S. Messa in parrocchia gremita di fedeli, accorsi anche per salutare il nuovo Casante don Massimiliano Parrella che di quella comunità era parroco, la Famiglia Calabriana si è recata in Vaticano per l’udienza con Papa Francesco nella Sala Clementina. E’ stata un’emozione intensa quando il Pontefice è entrato nella Sala, accolto da un grande applauso. Padre Miguel Tofful, che si è molto adoperato per organizzare l’incontro, ha rivolto un messaggio di saluto al Papa a nome dell’Opera. Poi c’è stato il discorso del Papa, dopodichè il Casante don Massimiliano e Madre Lucia hanno consegnato al Pontefice il quadro raffigurante un’icona di San Giovanni Calabria, con dietro le firme di tutti i partecipanti all’udienza. Infine, prima del congedo e della foto di gruppo, ognuno ha potuto salutare personalmente Francesco stringendogli la mano.


"Anni rosa": il check-up dedicato alle donne in menopausa

Al Centro Diagnostico Terapeutico di via San Marco 121 (Verona) è possibile sottoporsi a un check-up rivolto alle donne in menopausa con una serie di visite ed esami. Esami preventivi (per esempio contro il tumore al seno) ma anche per trattare in modo personalizzato i disturbi tipici di questa fase dell’età femminile.

La menopausa è una fase fisiologica della vita della donna che coincide (tra i 45 e i 55 anni) con il termine della fertilità. Quindi non si tratta di una malattia, sebbene molte donne manifestano disturbi che possono condizionare la loro quotidianità.

Disturbi dovuti essenzialmente alla diminuzione nel sangue della quantità di estrogeni, causata dalla cessazione dell’attività da parte delle ovaie. I più noti sono quelli di natura neurovegetativa (vampate di calore, sudorazioni profuse, palpitazioni e tachicardia, sbalzi della pressione arteriosa, disturbi del sonno, vertigini, secchezza vaginale e prurito genitale), e di natura psicoaffettiva (irritabilità, umore instabile, affaticamento, ansia, demotivazione, disturbi della concentrazione e della memoria, diminuzione del desiderio sessuale).

Ma il calo degli estrogeni può avere conseguenze anche più importanti. Per esempio a livello delle ossa e delle articolazioni con l’incremento del rischio dell’osteoporosi. Oppure può incidere sull’aumento del peso corporeo con l’accumulo di tessuto adiposo nella zona della cintura, fattore di rischio per le patologie cardiache e tumorali.

E’ importante quindi, anche durante la menopausa, sottoporsi periodicamente a visite ed esami. Importante dal punto di vista preventivo, per la diagnosi precoce di patologie gravi (come il tumore della mammella) e anche per curare con terapie personalizzate certi disturbi che, seppur lievi, procurano molto disagio.

Per questo il Centro diagnostico Terapeutico “Sacro Cuore” di via San Marco 121, a Verona, offre alle donne il check up “Anni in rosa” dedicato proprio alla fase della menopausa.

In una sola mezza giornata è possibile sottoporsi alle seguenti prestazioni eseguite dagli specialisti dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar

  • Visita ginecologica con pap test se non effettuato negli ultimi 12 mesi
  • Visita senologica preventiva con esame clinico-strumentale delle mammelle (mammografia e ecografia) se non effettuato negli ultimi 12 mesi
  • Valutazione dietologica per il mantenimento del peso forma
  • Densitometria ossea per la prevenzione dell’osteoporosi

Il check up viene effettuato a Verona in via San Marco 121 su appuntamento, telefonando dal lunedì al venerdì ore 9.00 alle 17.00 al numero 045.6014844 oppure scrivendo a checkup.cdt@sacrocuore.it. Al momento della prenotazione specificare a quando risale l’esame clinico strumentale delle mammelle e il pap test. Nel caso in cui fossero stati effettuati nel corso degli ultimi 12 mesi, verranno scalati dal costo complessivo del checkup


Storie che curano: laboratorio di Medicina narrativa per sanitari e pazienti

Storie che curano, è il titolo del Laboratorio di Medicina narrativa promosso dal Servizio di Reumatologia dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria e rivolto ai cittadini (31 maggio e 7 e 14 giugno) e agli operatori sanitari con crediti ECM (9, 16 e 23 giugno). Il Laboratorio sarà tenuto dalla reumatologa Cinzia Scambi, da Elena Pigozzi, giornalista e scrittrice, e da Carla Galvani, fisioterapista e counselor in ambito sanitario.

Cinzia Scambi, reumatologa dell'IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar
Dr.ssa Cinzia Scambi

Storie che curano, è il titolo del Laboratorio di Medicina narrativa promosso dal Servizio di Reumatologia dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria e rivolto ai cittadini (31 maggio e 7 e 14 giugno) e agli operatori sanitari con crediti ECM (9, 16 e 23 giugno). Il Laboratorio sarà tenuto dalla reumatologa Cinzia Scambi, da Elena Pigozzi, giornalista e scrittrice, e da Carla Galvani, fisioterapista e counselor in ambito sanitario. Il corso teorico-pratico è articolato in tre incontri in presenza di 3 ore ciascuno, durante i quali si proporranno esperienze narrative, attraverso lezioni teoriche frontali, esecuzione diretta di tecniche o pratiche, rielaborazione e confronto delle esperienze. Per informazioni e iscrizioni scarica il programma (link).

Ma che cos’è la medicina narrativa? A rispondere sono Luciano Vettore e Giacomo Delvecchio, entrambi medici, autori del libro Dottori, domani: “La medicina narrativa è un approccio che arricchisce l’atto medico grazie ai racconti dei pazienti, dei medici, degli infermieri e di quanti operano nel ‘pianeta salute’, grazie alla loro capacità di raccontare gli aspetti della salute e della malattia nelle loro variegate rappresentazioni emotive oltre che tecniche e scientifiche”.

Fanno parte del filone di medicina narrativa i racconti letterari e cinematografici sui pazienti e sui medici, sulla salute e sulla malattia. E ovviamente i racconti scritti da medici e da pazienti, molti dei quali possiamo già trovare in libreria.

Perché sia i pazienti che i medici sono narratori. Ma se i benefici della narrazione sono quasi intuibili per i primi (una sorta di catarsi durante la quale raccontare oltre il proprio stato fisico anche quello emotivo), per i secondi un po’ meno. Soprattutto da parte dei medici più convinti che “la verità sia figlia unica dell’obiettività e della razionalità”.

Medici che avrebbero un moto di orrore di fronte alla consuetudine di molti colleghi di scrivere diari della propria attività professionale. Invece trascurano il fatto “che raccontare con stile narrativo l’esperienza che si sta vivendo – soprattutto raccontarla per iscritto, perché l’obbligo di scrivere le nostre idee dà loro una forma definita e così le chiarisce anche a noi stessi – costituisce un forte stimolo alla riflessione critica sul proprio operato professionale e ne migliora la performance

Inoltre, sempre secondo Vettore e Delvecchio, “l’apertura del medico alla medicina narrativa può migliorare le sue capacità di cura: infatti, i racconti del paziente, anche quando apparentemente divaganti rispetto alla malattia, possono fornire invece preziosi elementi di comprensione, utili all’interpretazione fisiopatologica dei segni e dei sintomi, all’attribuzione etiopatogenetica dei disturbi, all’indirizzo diagnostico e alla scelta terapeutica”.

Ma perché accada questo il paziente che racconta deve trovare il medico che lo ascolta. Non a caso il corso che si tiene all’ospedale di Negrar è finalizzato a potenziare la capacità di ascolto ed empatia, di comprendere le storie di malattia e di riflettere sui vissuti di tutti. Un esercizio prezioso per ognuno di noi, non solo per i sanitari e i pazienti.