Ricercatrici del Sacro Cuore indagano sul perché il Covid colpisce più gravemente gli uomini

L’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria è centro coordinatore per l’Italia del Progetto di studio “Sex Difference”, ideato da Ilaria Capua, la nota virologa italiana. L’obiettivo? I protocolli di trattamento in base al sesso ed evidenze scientifiche per pianificare le misure di controllo dell’epidemia

L’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria è centro coordinatore per l’Italia del Progetto di studio “Sex Difference”, ideato da Ilaria Capua (nella foto allegata), la nota virologa italiana, direttore dell’One Health Center dell’Università della Florida. Lo studio multicentrico si pone come obiettivo di scoprire le ragioni per cui se, come è accaduto in Italia, quello femminile è stato il sesso maggiormente colpito dall’infezione Covid-19 (dei 209.013 casi diagnosticati entro il 30 aprile, il 53,3% sono donne- fonte dell’Istituto Superiore della Sanità), secondo le casistiche internazionali i casi più gravi e i decessi sono in prevalenza maschili. Un dato confermato anche nel nostro Paese dove il rapporto di mortalità per l’infezione da Coronavirus è di circa 3:1 a favore delle donne.

“Sex Difference” ideato da Ilaria Capua

“Sex Difference” rientra in un progetto più ampio chiamato “E-ellow Submarine”, un sottomarino elettronico di pensatori provenienti da tutto il mondo che già durante i momenti più critici della pandemia si sono riuniti virtualmente (via Zoom), per trovare nuove linee guida in grado di condurre a una migliore gestione e preparazione delle crisi sanitarie. Quindi sotto la lente di ingrandimento sono finiti non solo la differenza di genere, ma anche il clima, gli animali, la vaccinazione contro l’influenza… fattori che potrebbero aver contribuito all’andamento dell’infezione. I gruppi di studio non sono formati solo da medici, ma anche da biostatistici, matematici, analisti, biologi…

L’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria capofila per l’Italia

Per quanto riguarda l’Italia, allo studio hanno aderito per il momento anche l’Humanitas Ospedale di Milano e il Policlinico di Monza, ma il gruppo è aperto a nuove collaborazioni e progetti. All’ospedale di Negrar è stata assegnata anche una borsa di studio all’interno del “One Health Leonardo Followship program” dell’University of Florida per una biologa, la dottoressa Michela Deiana, che si dedicherà allo sviluppo del progetto.

Obiettivo: protocolli di trattamento in base al sesso

“Identificare le differenze con le quali il virus si manifesta (clinicamente e per quanto riguarda gli esiti) in base al sesso del paziente assume una importanza rilevante per definire i protocolli di trattamento e per pianificare le misure di controllo dell’epidemia”, spiega la dottoressa Anna Beltrame (nella foto a sinistra), infettivologa del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e Microbiologia e principale sperimentatore italiano dello studio a cui collabora anche la dottoressa Lucia Moro (nella foto a destra), sempre di Negrar. Non a caso più di una volta, in occasione dei numerosi interventi televisivi, la dottoressa Capua ha proposto che le prime a ritornare al lavoro dopo il lockdown fossero proprio le donne.

Le donne si infettano di più, ma meno gravemente

“Sia il sesso che il ruolo sociale influiscono sulla patogenesi delle malattie virali – prosegue -. Le donne sono più esposte alla infezioni, perché in genere sono loro ad occuparsi dell’accudimento dei familiari e il numero di donne impegnate come operatore sanitario è superiore a quello degli uomini. Ma il sesso femminile sviluppa l’infezione con un grado di gravità minore rispetto agli uomini”.

Non solo genere, ma anche ruolo sociale e stili di vita

Un ruolo lo hanno anche gli stili di vita. “Il decorso del Covid 19 è influenzato dalla presenza di altre patologie, tra cui diabete di tipo 2, ipertensione, malattie cardiovascolari – prosegue –. Queste condizioni sono prevalenti negli uomini e sono collegate a stili di vita più prettamente maschili (tabagismo, consumo eccessivo di alcol, sovrappeso)”. A marcare ancora di più la differenza interviene la risposta immunitaria, sia innata che acquisita, più efficace nelle donne. Non a caso le malattie autoimmuni colpiscono maggiormente il sesso femminile. “Alla base di una diversa risposta immunitaria ci sono gli effetti degli ormoni sessuali che variano nel corso della vita modificando la suscettibilità e la risposta clinica alle infezioni”.

Tuttavia poiché c’è ancora molta incertezza riguardo ai fattori rilevanti e ai potenziali meccanismi coinvolti nell’infezione SARS COV 2, “l’analisi di una corte di pazienti dal ricovero alle dimissioni (o al decesso) potrebbe fare chiarezza sull’argomento”, sottolinea Beltrame.

Studio retrospettivo con 1.600 pazienti

“Le strutture italiane arruoleranno 1.600 pazienti ricoverati per Covid 19 dal 20 febbraio al 30 maggio 2020 – continua l’infettivologa –. Trattandosi di uno studio retrospettivo, le informazioni sullo stato clinico al momento dell’ingresso in ospedale, sulle malattie in atto o pregresse, sugli stili di vita e sulla storia personale dei pazienti saranno tratte dalle loro cartelle cliniche. Il confronto sarà fatto su classi di età omogenee, avendo già osservato che le differenze sul decorso della malattia tra maschi e femmine sono più marcate nei giovani adulti”.

Degli oltre 1.600 pazienti arruolati, 400 saranno oggetto di studio anche per quanto riguarda i campioni sangue congelato donati dagli stessi pazienti a scopo di ricerca durante il ricovero. “Saranno testati il livello di alcuni ormoni (estradiolo, progesterone, testosterone e deidroepiandrosterone) per verificare quanto essi abbiano un ruolo protettivo nella donna in età fertile”, conclude la dottoressa Beltrame. I campioni di siero forniti da tutte le strutture aderenti allo studio saranno analizzati presso l’IRCCS di Negrar.


Test Covid: a cosa servono le diverse tipologie

Molecolari, antigenici e sierologici. Rapidi e non rapidi. Tampone o su sangue. Si moltiplica la tipologia dei test Covid 19. Ognuno ha la sua indicazione e devonono essere impiagati a seconda dello scopo, diagnostico o epidemiologico. Si attende la validazione dei test molecolari su saliva

Si moltiplica ormai la tipologia dei test Covid, creando anche un po’ di confusione nell’opinione pubblica, soprattutto in questa fase in cui la diagnostica ha un ruolo fondamentale nel tracciamento dei positivi per il contenimento della diffusione del virus. Facciamo un po’ di chiarezza.

TEST MOLECOLARE

Il test molecolare è il gold standard per la diagnosi di infezione. Il campione ottenuto da tampone oro-rino-faringeo viene analizzato con metodiche di biologia molecolare  real time RT-PCR (Reverse Transcription-Polymerase Chain Reaction) che rileva geni specifici dell’RNA di SARS-CoV-2. L’analisi viene eseguita in Laboratori individuati dalle autorità sanitarie regionali, uno di questi è il Laboratorio di Microbiologia dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria.  Per avere l’esito sono necessarie dalle 2 alle 6 ore. Sono in fase di validazione test molecolari sulla saliva, molto più semplici per quanto riguarda la raccolta del campione.

TEST ANTIGENICO

Il test antigenico ricerca le proteine (antigeni) di SARS-CoV-2 su tampone rino-faringeo, sfruttano la metodica lateral flow (Immuno-cromatografia su card) con lettura ottica o fluorimetrica. I tempi di risposta sono molto brevi (circa 15 minuti), ma la sensibilità e specificità di questo metodo sono inferiori a quelle del test molecolare. Emerge quindi la necessità di confermare i positivi con un ulteriore tampone molecolare.

In ragione della sua rapidità, l’indicazione all’uso di questo test è per la tracciabilità dei contatti, per circoscrivere un eventuale focolaio epidemico, o quando molte persone debbano essere sottoposte a screening in breve tempo.

Fanno parte di questi test genici anche i test salivari per la ricerca dell’antigene del SARS-CoV-2. Il vantaggio di questi test è rappresentato dal campione, la saliva, che può facilmente essere raccolta, rendendo più semplice e beneaccetto il prelievo, specie nei bambini. Un piccolo svantaggio è legato alla necessità di processare il campione in Laboratorio per ottenere performances analitiche migliori e paragonabili al test antigenico rapido da tampone.

TEST SIEROLOGICO

I test sierologici ricercano nel sangue gli anticorpi anti SARS COV 2 (IgA, IgG e IgM), quindi non sono indicati per la diagnosi di infezione in atto, in relazione al tempo della comparsa di questi anticorpi in circolo rispetto al momento del contagio, ma possono essere utili per studi di prevalenza di malattia nella popolazione. I test sierologici “rapidi” sfruttano la metodica lateral flow (Immuno-cromatografia su card), su sangue ottenuto da digito-puntura, a lettura ottica o fluorimetrica. I tempi di risposta sono di circa 15 minuti, ma generalmente sensibilità e specificità sono insoddisfacenti. I test sierologici “classici” vengono eseguiti, invece, in Laboratorio, prevedono un prelievo di sangue e sfruttano metodiche ELISA o CLIA o IFA. Sensibilità e specificità sembrano essere migliori rispetto ai test sierologici rapidi.

Ha collaborato il dottor Antonio Conti, direttore del Laboratorio di analisi cliniche e medicina trasfusionale


Al "Sacro Cuore " senza il pensiero del parcheggio

Con i 318 posti auto del nuovo ingresso unico dell’ospedale, sale a oltre 600 posti la capianza delle aree parcheggio di Negrar. Un obiettivo raggiunto grazie alla collaborazione tra il “Sacro Cuore Don Calabria” e il Comune della Valpolicella per  consentire alle tante persone che ogni giorno si rivolgono alla struttura ospedaliera di parcheggiare in piena comodità

Sono 318 i nuovi posti auto che l’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria ha attivato con l’apertura del nuovo ingresso di viale Rizzardi. Questi vanno ad aggiungersi ai 70 già esistenti del parcheggio “Sacro Cuore” di via Salgari, portando il “sistema parcheggi” di Negrar a una capienza di 608 posti, di cui oltre 200 comunali. I parcheggi, distribuiti su 5 aree, hanno il costo di 1 euro all’ora e sono tutti gratuiti per le persone disabili munite di tesserino.

Lo sviluppo nel tempo di diverse aree di parcheggio è frutto della collaborazione tra Comune e Ospedale, con l’obiettivo condiviso di migliorare l’accoglienza degli ospiti che giungono a Negrar per i più svariati motivi, non solo di salute. Tuttavia l’esigenza di nuovi posti auto è diventata più pressante con l’incremento progressivo dell’attrazione sanitaria da parte del “Sacro Cuore Don Calabria”, con molti pazienti che arrivano anche da fuori regione.

“Il nuovo ingresso unico del “Sacro Cuore Don Calabria” è stato concepito mettendo al centro le esigenze e il confort del paziente – spiega l’amministratore delegato, Mario Piccinini -. E la possibilità di parcheggiare in totale comodità influisce non poco sulla serenità di chi si reca in ospedale. Inoltre con i nuovi parcheggi abbiamo voluto dare anche il nostro contributo al miglioramento della viabilità del paese per il quale stiamo collaborando con l’amministrazione comunale da tempo”.

“La positiva collaborazione con la Direzione dell’Ospedale e con i tecnici sta portando ancora una volta importanti e significativi risultati per il nostro territorio con la sistemazione della mobilità vicina alla struttura ospedaliera – afferma il sindaco Roberto Grison -. Il servizio che oggi offre l’Ospedale è oggi riconosciuto e apprezzato anche fuori dai confini regionali, e vede un incremento importante di richieste. La risposta che abbiamo dato è la diretta conseguenza del grande lavoro e della qualità del nostro servizio sanitario. A questo i primi grandi meriti”.

PARCHEGGIO SAN GIOVANNI CALABRIA

L’ingresso del nuovo parcheggio “San Giovanni Calabria” si trova in via Ghedini e si raggiunge prendendo la quarta uscita della grande rotonda con la Meridiana. Per la maggior parte coperto, è composto da 3 piani interrati collegati direttamente – tramite scale o ascensori – al piano terra dell’ingresso unico dell’ospedale e al piano 1 dove sono collocate rispettivamente le accettazioni/prenotazioni per viste ed esami e il Centro prelievi/donatori di sangue con l’area pre-ricovero. Il “San Giovanni Calabria” è munito di telepass (al piano – 1 e – 2) e per facilitare le operazioni veloci (come il ritiro dei referti o lo stesso prelievo) è gratuito per i primi 15 minuti. Il costo è di 1 euro all’ora e 30 centesimi ogni quarto d’ora successivo. In ogni piano di parcheggio sono disponibili delle carrozzine per coloro che hanno difficoltà di deambulazione. Altre carrozzine si possono trovare all’ingresso, dove è presente del personale dedicato all’accoglienza.

PARCHEGGIO COMUNALE VIA GHEDINI

Lo stesso costo anche per il parcheggio comunale di via Ghedini che si trova di fronte al “San Giovanni Calabria, con 112 posti auto scoperti.

PARCHEGGIO COMUNALE VIALE RIZZARDI

Sempre comunale è l’area parcheggi di viale Rizzardi, a fianco del nuovo ingresso unico dell’Ospedale, dotata di 88 posti e il costo della sosta è di 1 euro all’ora.

PARCHEGGIO “SACRO CUORE” E PARCHEGGIO COMUNALE VIA SALGARI

Nei pressi dell’ospedale “Sacro Cuore”, in via Salgari, si trovano il parcheggio coperto dell’ospedale (70 posti) e quello scoperto comunale (20 posti). Il primo, con pagamento all’uscita, ha lo stesso costo del “San Giovanni Calabria” e del comunale di via Ghedini.


Don Calabria indica la via della fratellanza e della vicinanza a chi soffre

Oggi la Cittadella della Carità di Negrar ha celebrato la festa liturgica di San Giovanni Calabria con una S. Messa presieduta dal Casante padre Miguel Tofful nel giardino adiacente a Casa Nogarè, alla presenza di religiosi, medici e operatori dell’ospedale

Il distanziamento sociale, dovuto al Covid19, e il meteo – che dopo giorni di grigiore e pioggia ha regalato una splendida mattinata – non hanno impedito che anche quest’anno si celebrasse all’IRCCS di Negrar la festa liturgica di San Giovanni Calabria, fondatore della Cittadella della Carità. Per permettere a tutti i collaboratori di partecipare alla celebrazione di questa mattina, alla cappella dedicata al Santo veronese si è preferito l’accogliente giardino tra Casa Nogarè e l’ospedale San Giovanni Calabria. A presiedere l’eucarestia, il superiore generale dei Poveri Servi della Divina Provvidenza, padre Miguel Tofful, sesto successore di San Giovanni Calabria. Tra i numerosi concelebranti anche il parroco di Negrar, don Luca Masin, e il vicepresidente della Cittadella della Carità, don Waldemar Longo. Era presente oltre a tutta la direzione della Cittadella della Carità, di cui fa parte l’ospedale, anche suor Lucia Bressan, madre generale del ramo femminile dell’Opera Don Calabria.

“Se la festa del Sacro Cuore, nel giugno scorso, è stata l’occasione propizia per ringraziare il Signore e tutti i collaboratori per quanto è stato fatto per contrastare la pandemia – ha detto don Longo aprendo la celebrazione -, oggi siamo qui a chiedere, per intercessione di S. Giovanni Calabria, la protezione in questo momento di forte preoccupazione per una nuova ondata di contagi. Preghiamo anche per tutti gli ammalati e per tutti i collaboratori della Cittadella della Carità e le loro famiglie; il Signore sia presente nella loro vita con la grazia e provvidenza”. Don Waldemar ha anche ricordato che lo scorso 20 settembre si è chiuso il processo diocesano di canonizzazione di don Luigi Pedrollo. “Don Pedrollo è stato accanto a don Calabria come indispensabile collaboratore per ben 40 anni e poi è diventato il suo primo successore. Se don Calabria è il fondatore, don Pedrollo diede ossatura istituzionale al Carisma calabriano. Carisma e istituzione, due componenti indispensabili per la vita di un’Opera”.

Don Calabria ha sostenuto la sua vita su due pilastri – ha affermato nell’omelia  il Casante, padre Miguel -. Il primo: l’Amore di Dio. Lo ha cercato in tutto: nel Vangelo, nell’Eucaristia, nel Creato, in un totale abbandono alla tenerezza di un Dio che è Padre ma anche Madre. L’Amore di Dio si conosce nella misura in cui lo sappiamo comunicarlo, perché sempre nell’amore c’è una scintilla di quell’Amore più grande. Questo Amore lo possiamo comunicare tutti, perché tutti veniamo da Dio. Il secondo pilastro della via del Santo: la traduzione di questo Amore nei poveri, nei bisognosi, nei malati. Saremmo bugiardi se dicessimo che amiamo di Dio e non manifestassimo il nostro amore a coloro che sono oggi la carne di Dio, cioè tutti noi”. Su questo punto padre Tofful ha fatto riferimento alla nuova enciclica di Francesco, Fratelli Tutti. “La grande chiamata del Papa è proprio questa: la fratellanza sociale. Nel tempo nuovo che l’umanità sta vivendo a causa della pandemia, l’unica strada da percorrere è la vicinanza tra i fratelli. Questo vale anche per la Cittadella della Carità. La medicina ha fatto grandi passi in avanti, anche tecnologici, rispondendo positivamente ai tanti bisogni dei pazienti. Ma nessuna tecnologia, seppur avanzata, non dà una risposta al bisogno di amore dell’uomo. Una simile risposta viene solo da un rapporto profondo, da un rapporto ‘a tu per tu con l’altro’. Rapporto che dobbiamo reinventare tra di noi, con i malati e le loro famiglie alla luce del nuovo tempo che stiamo vivendo. Perché se il Covid ha cambiato le nostre abitudini imponendo il distanziamento sociale, non è cambiato l’essere fratelli in Dio. Reinterpretiamo il carisma di don Calabria, affinché questo ospedale sia sempre più la casa che lui voleva, dove vivere con amore le relazioni. Sogniamo come faceva lui, con gli occhi di Dio”.

Qui sotto una galleria fotografica della celebrazione e il video con il messaggio che il Casante oggi ha rivolto a tutta l’Opera Don Calabria nel mondo.


Arriva l'influenza: ecco perché è importante vaccinarsi (soprattutto quest'anno)

In un intervento a “Dica33”, la trasmissione di salute in onda su Telearena e Telemantova, il professor Zeno Bisoffi spiega perché vaccinarsi contro l’influenza è sempre importante per proteggere noi stessi e gli altri dall’infezione stagionale, ma lo è particolarmente quest’anno, per la sovrapposizione con la pandemia da Covid 19

“L’epidemia da Covid è inziata nel nostro Paese a fine dell’inverno, quando quella dell’influenza volgeva al termine. Con l’attuale stagione autunnale e quella invernale imminente le due epidemie si sovraporranno. Ricordiamoci quale è stata la pressione del Covid sui nostri servizi sanitari. Se i pronto soccorso saranno invasi anche da pazienti con sintomi influenzali – che tra l’altro sono molto simili a quelli del Covid – dovranno effettuare, per coloro che non sono stati vaccinati per l’influenza, i test per entrambe le infezioni e isolarli in attesa dei risultati. Questo sommato a casi di gravi complicazioni dovute all’influenza (che, ricordiamo, esistono) metterebbe in crisi ulteriormente il sistema”. Lo afferma, in un’intervista a “Dica33”, in onda su Teleare e Telemantova, il professor Zeno Bisoffi, direttore del Dipartimento per le Malattie infettive e tropicali e microbiologia e professore associato all’Università di Verona.

Il professore, nel video qui allegato, smantella anche alcuni luoghi comuni relativi alla vaccinazione contro l’influenza, come la domanda: “Mi sono vaccinato, ma mi sono ammalato lo stesso…”.


Emicrania e abuso di farmaci: il "lavaggio"che cambia la vita

L’overuse di antidolorofici è una condizione in cui si trovano molti pazienti con un’emicrania cronica invalidante, che causa un peggioramento della sintomatologia e un alto rischio per la salute. Presso la Neurologia si effettua una vera e propria disintossicazione, da cui non si può prescindere per iniziare  un nuovo, e vero, percorso di cura

Quando il farmaco che dovrebbe sollevarti dal dolore diventa esso stesso causa del dolore. E’ la condizione in cui si trovano gli emicranici cronici che si rivolgono al Centro cefalee dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria perché assuefatti agli antidolorifici. Lo scorso anno sono stati un’ottantina. Il Centro è uno dei pochi in Italia – il 40% dei ricoveri proviene da fuori regione –  che effettua il trattamento di disassuefazione dei pazienti in una situazione di abuso di farmaci a causa di un’emicrania cronica invalidante. Nel reparto di Neurologia, diretto dal dottor Fabio Marchioretto, viene effettuata una vera e propria disintossicazione, da cui non si può prescindere per uscire da un circolo vizioso caratterizzato da dolore cronico quotidiano e abuso di farmaci e poter poi reimpostare una nuova terapia.

Dottor Marchioretto, quando si può dire che una persona emicranica abusa di farmaci?

La classificazione internazionale delle cefalee ICHD-III definisce overuse un consumo superiore a 15 antidolorifici/analgesici al mese per almeno 3 mesi consecutivi. Nella nostra Unità Operativa di Neurologia ricoveriamo in realtà pazienti che superano abbondantemente questo limite. Il caso più eclatante è stato quello di un uomo che assumeva oltre 350 antidolorifici al mese, il che significa più di 10 al giorno tutti i giorni.

Cosa succede al nostro corpo se abusiamo di antidolorifici?

Si innesca un meccanismo definito effetto rebound, letteralmente rimbalzo, cioè è il farmaco stesso a scatenare il mal di testa a causa dell’assuefazione: una sorta di cefalea indotta da fine dose per cui ogni assunzione di antidolorifico, percepita come assoluta necessità dal paziente sofferente, aiuta a gestire il dolore attuale ma è la causa del dolore del giorno dopo. A quel punto l’unica strada da percorrere è ciò che potremmo definire un “reset”, cioè uno stop a questo meccanismo che oltre a peggiorare la sintomatologia facendo cronicizzare il dolore, comporta anche danni all’organismo soprattutto stomaco, fegato e reni. Il reset è un passaggio impegnativo per il paziente ma indispensabile. Esso dà risposta a persone sofferenti che a causa di una cefalea invalidante hanno un’esistenza triste e dolorosa.

Al di là del numero dei farmaci, qual è il campanello di allarme che dovrebbe allertare il paziente sul pericolo di abuso?

Il passaggio dal consumo normale a quello eccessivo avviene quando si inizia ad assumere il farmaco in modo anticipatorio; su questo punto è necessario fare molta chiarezza. Il trattamento delle emicranie prevede una terapia preventiva stabilita dal medico in accordo con il paziente. La prevenzione “fai da te” del paziente, invece, non è altro che l’anticipazione dell’assunzione del farmaco antidolorifico nel timore di un attacco che potrebbe condizionare negativamente, se avvenisse, un appuntamento di lavoro o un impegno importante. ‘Prendo la pasticca perché non si sa mai’ e questo è la spia di un atteggiamento psicologico che apre le porte ad una condizione di abuso.

In cosa consiste questo ‘reset’?

Il paziente viene ricoverato per 10 giorni e viene gestito il dolore senza antidolorifici. L’astensione dai farmaci lo porta ad avere picchi di mal di testa di forte intensità a volte quasi insopportabili e ingestibili senza un supporto multimodale controllato. Nei primi giorni vengono prescritti bassi dosaggi di cortisonici, ansiolitici, diuretici osmotici ed antiemetici a cui si associa un supporto psicologico e psicoterapico ad opera di un professionista del Sevizio di Psicologia che collabora con noi. Nelle successive ore si procede con l’idratazione per via parenterale, attraverso flebo, con polivitaminici, detossificanti e sali minerali che ha lo scopo di un vero e proprio lavaggio, wash-out. A quel punto il paziente è pronto per la terapia preventiva. La nostra maggiore soddisfazione, come medici e personale di supporto, è di poter riportare la serenità e il sorriso in persone che stavano ormai per arrendersi ad una condizione senza apparenti vie d’ uscita.

Il reset è definitivo?

Non per tutti i pazienti. Le recidive sono circa il 25%, ma è un procedimento che si può ripetere.

Vi è un aumento di abuso di farmaci?

Sicuramente, anche a livello internazionale, si registra un trend di crescita. Casi di overuse sono in aumento perché sono in aumento gli emicranici cronici. Le cause molto probabilmente sono gli stili di vita. Non dimentichiamo che il picco di prevalenza dell’emicrania è tra i 30 e i 50 anni, l’arco temporale di massima progettualità individuale, familiare e lavorativa, che richiede impegno e non è certo priva di stress. E ad essere più colpite sono le donne in un rapporto 3:1 rispetto ai maschi.


Il 1 ottobre l'accettazione della Radiologia si trasferisce nel nuovo ingresso

Prosegue la ricollocazione dei Servizi nell’ingresso unico dell’Ospedale. A partire da giovedì 1 ottobre l’accettazione per tutti gli esami radiologici trova collocazione nella nuova struttura con entrata pedonale da viale Rizzardi

Con l’apertura dell’ingresso unico dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria le accettazioni e le prenotazioni dei vari Servizi sono state progressivamente spostate nella nuova struttura per rendere più fruibile il percorso del paziente. Il 1 ottobre è la volta della Radiologia, la cui accettazione/prenotazione non sarà più al primo piano del “Sacro Cuore”.

Prima di effettuare un esame radiologico – radiologia convenzionale, mammografia, ecografia, Tac, Risonanza Magnetica e Densitometria –  è quindi necessario recarsi al piano terra del nuovo ingresso e prelevare dal totem il numero di chiamata, che comparirà sul monitor al momento di recarsi allo sportello. Una volta effettuata l’accettazione (e l’eventuale pagamento del ticket) prendere il “percorso rosso” che porta all’ospedale “Sacro Cuore”, dove al primo piano è collocata la Radiologia.

Si ricorda che il piano terra del nuovo ingresso è raggiungibile direttamente (tramite scale o ascensori) dai parcheggi che si trovano sotto la struttura con entrata da via Ghedini (la quarta uscita della grande rotonda con Meridiana). Il parcheggio è gratuito per  i primi 15 minuti, poi il costo è di 1 euro all’ora e 30 centesimi per i quarto d’ora successivi. Gratis per i disabili muniti di tesserino. I piani -1 e -2 sono dotati di telepass.

Su ogni piano dei parcheggi sono disponibili delle carozzine per coloro che hanno difficoltà di deambulazione. Così come all’ingresso della nuova struttura dove è presente anche del  personale dedicato all’assistenza (riconoscibile dalla casacca amaranto con scritto ‘assistenza’) per accompagnare i pazienti in caso di necessità.


Quando mancano le lacrime: la sindrome dell'occhio secco

Sensazione di bruciore e di corpo estraneo negli occhi, fotofobia, rossore oculare… sono tutti sintomi della cosiddetta sindrome dell’occhio secco. A volte sono solo un fastidio, altre condizionano la quaotidianità di chi ne soffre. Ecco quali sono le cause e i possibili rimedi. Intervista all’oculistica Enrico Bruni

La sindrome dell’occhio secco. Nulla di grave per la vista, ma i sintomi possono condizionare la quotidianità di chi ne soffre. Ne parliamo con il dottor Enrico Bruni, oculista dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria.

Dottor Bruni, la sindrome dell’occhio secco: di cosa si tratta?

E’ una condizione comune dell’occhio che si verifica quando le lacrime non sono in grado di fornire un’adeguata lubrificazione degli occhi. Questo può essere dovuto a varie cause, per esempio se non si producono sufficienti lacrime o se ne producono di scarsa qualità.

Quali sono i sintomi?

Di solito la sindrome colpisce entrabi gli occhi e si manifesta con vari sintomi. Tra questi: sensazione di bruciore e di corpo estraneo negli occhi, fotofobia, rossore oculare, difficoltà a portare le lenti a contatto e visione offuscata. Anche l’iperlacrimazione a volte si può manifestare come risposta dell’organismo all’irritazione dell’occhio. Nei casi più lievi si tratta quindi solo di un fastidio, ma in quelli più gravi questi sintomi impattano sulla qualità di vita delle persone con complicanze come infezioni ed abrasioni corneali.

Quali sono le cause?

Questa condizione è provocata dalla mancanza di una lacrimazione adeguata sia in termini qualitativi che quantitativi. Le lacrime infatti sono un insieme complesso di acqua, muco e lipidi. Questa miscela rende la superficie degli occhi liscia e aiuta a proteggere l’occhio dalle infezioni. In alcuni pazienti quindi la causa dell’occhio secco è la ridotta produzione di lacrime, per altri invece è l’aumentata evaporazione delle stesse e lo sbilanciamento dei suoi componenti. Le cause comuni di ridotta produzione di lacrime sono l’età, alcune patologie come il diabete, la sindrome di Sjogren, disturbi della tiroide e l’ artrite reumatoide. Anche un danno a livello delle ghiandole lacrimali può provocarne una riduzione della produzione. Il fumo, il vento o l’aria secca invece possono provocare  un’aumento dell’evaporazione delle lacrime così come patologie legate alle palpebre come ectropion o entropion.

L’uso prolungato del computer può essere una causa scatenante della sindrome?

Quando si utilizza il computer o si è concentrati a leggere o guidare, si tende a sbattere le palpebre meno frequentemente e questo può provocare un aumento dell’evaporazione delle lacrime e l’insorgenza o il peggioramento della sintomatologia.

Per quanto riguarda le lenti a contatto?

Le lenti a contatto rappresentano un fattore di rischio per l’insorgenza dell’occhio secco. Essendo direttamente a contatto con l’occhio, l’utilizzo prolungato può alterare il film lacrimale e provocare l’insorgenza della sintomatologia.

Quali sono le terapie per la sindrome dell’occhio secco?

La terapia deve essere mirata all’eliminazione dei fattori di rischio combinata con l’instillazione di sostituti lacrimali sotto forma di colliri a base di acido ialuronico. Spesso la terapia deve essere continuata per un tempo indefinito per il controllo dei sintomi.

Nella foto qui sotto il dottor Enrico Bruni


Mille trattamenti radioterapici con Unity: ottima risposta di efficacia e tollerabilità

Oltre mille trattamenti effettuati su centosessanta pazienti, risultati terapeutici positivi e una buona qualità di vita nel corso delle cure, anche per il minor numero di sedute necessarie. E’ il bilancio di poco meno di un anno sull’impiego MR-Linac “Unity”, l’innovativo macchinario, unico in Sud Europa, che unice un acceleratore lineare e una RM

Oltre mille trattamenti effettuati su centosessanta pazienti, risultati terapeutici positivi e una buona qualità di vita nel corso delle cure, anche per il minor numero di sedute necessarie. E’ il bilancio di poco meno di un anno sull’impiego MR-Linac “Unity”, l’innovativo sistema per la radioterapia oncologica di precisione, utilizzato per la prima volta nel Sud Europa dall’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona). Nel Vecchio Continente sono stati installati solo 7 macchinari di questo tipo, 20 nel mondo. (vedi video in fondo a questo articolo)

MASSIMA PRECISIONE DI TRATTAMENTO GRAZIE A UNA RISONANZA MAGNETICA A “BORDO”

L’acceleratore lineare, unico nel suo genere in Italia, è dotato a bordo di una Risonanza Magnetica ad alto campo (1,5 Tesla), la stessa che viene utilizzata a scopo diagnostico dai radiologi. Una rivoluzione tecnologica – convivono in una stessa macchina radiazioni ionizzanti e campo magnetico –  che non vincola più l’intero ciclo di cura al piano terapeutico effettuato il “giorno zero” tramite TC, ma grazie alla RM consente al radioterapista oncologo di modificare anche nel corso della stessa seduta la direzione e la distribuzione della dose del fascio radiante. Questo in base alla posizione e alle caratteristiche del bersaglio tumorale, sottoposte a variazioni a causa del movimento fisiologico degli organi interni, come per esempio il riempimento della vescica e del retto per quanto riguarda il tumore alla prostata. Il tutto in totale sicurezza per il paziente, in quanto, a differenza della TC, la RM può essere ripetuta anche più volte al giorno perché non utilizza raggi x ma campi magnetici.

TUMORE ALLA PROSTATA: DA SETTE SETTIMANE DI CURA A 5 GIORNI

“Con Unity vengono superati i limiti della radioterapia di precisione o stereotassica”, afferma Filippo Alongi, direttore della Radioterapia Oncologica Avanzata dell’IRCCS di Negrar e professore associato della facoltà di medicina all’Università di Brescia. “Con i sistemi convenzionali, proprio per il naturale movimento degli organi, eravamo costretti a irradiare una zona più ampia rispetto al tumore e con dosi minori per non danneggiare porzioni di tessuto sano necessariamente coinvolte. Grazie all’innovativo utilizzo delle immagini ad alta risoluzione della RM prima e durante ogni seduta – precisa il medico – possiamo indirizzare con precisione millimetrica dosi di radiazioni tali da neutralizzare le cellule tumorali, senza coinvolgere i tessuti sani e con un minor numero di sedute. Con i sistemi convenzionali, il ciclo di cura per la neoplasia prostatica prevede una seduta giornaliera per 6-7 settimane, con “Unity” siamo passati a 5 giorni, come stabiliscono i protocolli nazionali ed internazionali”.

MILLE SEDUTE E 160 PAZIENTI: RISULTATI CLINICI  PRELIMINARI SODDISFACENTI

Dall’ottobre del 2019 la Radioterapia Oncologica Avanzata di Negrar ha sottoposto a trattamento più di 160 pazienti (102 con tumore alla prostata e 59 con metastasi per altre neoplasie), per un totale di oltre mille sedute. “La radioterapia con Unity si sta confermando un’alternativa non invasiva all’intervento chirurgico per casi selezionati di tumore alla prostata – prosegue -. Intervento che, per quanto accurato, può comportare rischi di incontinenza urinaria e di disfunzione erettile. Con Unity, invece, 9 pazienti su 10 dopo solo 5 sedute hanno registrato un significativo calo del valore PSA nel sangue, indicatore indiretto della malattia oncologica e, secondo diversi studi, fattore predittivo di risposta a lungo termine. Mentre al primo controllo PET  7 pazienti su 10 affetti da una o più metastasi addominali e pelviche hanno riportato una remissione o totale scomparsa della sede attiva di malattia, rispetto allo stesso esame effettuato precedentemente al trattamento. Finora non si sono verificati effetti collaterali gravi anche nei soggetti più fragili, come rilevano i dati che il 10 ottobre presenteremo al web meeting del consorzio delle strutture che utilizzano questa tecnologia”. Tra queste il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, il MD Anderson Cancer Center di Houston e il Royal Marsden di Londra.

BUONA QUALITA’ DI VITA DURANTE LE CURE: LO DICONO I PAZIENTI

La qualità di vita durante le cure è stato un altro ambito indagato in questo primo anno di esperienza clinica. “I questionari somministrati a ogni paziente hanno rilevato una buona qualità di vita durante il trattamento per tutte le fasce di età, compresi i più anziani e fragili per presenza di altre patologie concomitanti. I dati clinici emersi sono stati pubblicati sul Journal of Cancer Research and Clinical Oncology, su Acta Oncologica e su Radiation Oncology”.

PROSSIMO OBIETTIVO: IL TRATTAMENTO DEI PAZIENTI GIA’ SOTTOPOSTI A RADIOTERAPIA

La sfida ora sono i pazienti con recidiva tumorale già sottoposti in passato a radioterapia. “Grazie alla guida di precisione della RM possiamo escludere o ridurre l’esposizione dei tessuti già irradiati per minimizzare gli effetti collaterali – conclude il primario -. Abbiamo infatti iniziato a trattare sedi non solo come la prostata o le ricadute linfonodali e ossee in pelvi e addome, ma anche il distretto toracico e recentemente anche quello cerebrale”.

LO STUDIO CON LA REGIONE VENETO

Molti dei 160 pazienti curati sono stati arruolati per lo studio prospettico e osservazionale, ancora aperto, per il quale la Regione Veneto ha incaricato l’IRCCS di Negrar di definire un modello di utilizzo ottimale della risorsa Unity (personale necessario, processo organizzativo, tempi di trattamento e potenziali ricadute sul Sistema Sanitario Nazionale) anche per quanto riguarda tumori come quello del pancreas e del fegato.


La sicurezza delle cure, priorità della salute globale

Il 17 settembre si celebra la seconda Giornata nazionale per la sicurezza delle cure e della persona assistita. Gli eventi avversi in sanità si possono prevenire non totalmente, ma in una percentuale stimata attorno al 40-50%. Ad oggi non esistono evidenze che si possa arrivare al rischio zero; esistono evidenze che laddove c’è un impegno di tutti nell’applicare le raccomandazioni specifiche emergenti dagli studi scientifici gli ‘incidenti in corsia’ si possono dimezzare 

Il 17 settembre si celebra la seconda Giornata nazionale per la sicurezza delle cure e della persona assistita, promossa dal Ministero della Salute, dalla Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), dall’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS).

La data del 17 settembre coincide con la Giornata mondiale della sicurezza dei pazienti, voluta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Con l’iniziativa si vuole evidenziare come la sicurezza dei pazienti sia una priorità di salute globale e sensibilizzare i Paesi ad adottare le azioni mirate per prevenire gli errori evitabili nelle strutture sanitarie e socio-sanitarie ai danni del paziente

Perché la sicurezza delle cure e della persona assistita merita un’attenzione a livello globale? Ecco in alcuni punti le risposte (fonte www.salute.gov.it).

  1. Un paziente su 10 tra quelli ospedalizzati va incontro a un evento avverso; ma fortunatamente solo una minima parte riporta danni permanenti o morte; l’OCSE stima che il 6% delle giornate di degenza ospedaliera sia dovuto a eventi avversi derivati da attività ambulatoriale e cure primarie; globalmente eventi avversi di questo tipo rientrano nelle prime 10 cause di morte e disabilità nel mondo (OMS);
  2. E’ poco accettabile da parte dei pazienti, ma anche da parte dei professionisti, che lo sforzo e l’impegno per risolvere un problema di salute possa comportare un rischio, un evento avverso o un danno per il paziente;
  3. Questi eventi si possono prevenire non totalmente, ma in una percentuale stimata attorno al 40-50%. Ad oggi non esistono evidenze che si possa arrivare al rischio zero; esistono evidenze che laddove c’è un impegno di tutti nell’applicare le raccomandazioni specifiche emergenti dagli studi scientifici si possono dimezzare gli eventi avversi: ma non annullare completamente;
  4. La prevenzione funziona al meglio quando organizzazioni, professionisti e pazienti:
  • sono consapevoli di questo rischio che accompagna tutte le pratiche clinico assistenziali
  • segnalano quando questo avviene (conoscere e studiare perché questi eventi avvengono è una parte essenziale per comprendere e poter efficacemente evitare che si ripetano);
  • collaborano e adottano tutte le misure necessarie per prevenirlo;
  • sono eventi in larga parte misurabili e possono venire utilizzati direttamente o indirettamente come indicatori della qualità delle cure erogate da una organizzazione;
  • gli eventi avversi provocano un aumentato consumo di risorse che invece potrebbero essere allocate per rispondere ad altri importanti bisogni di salute.

 

“La consapevolezza della possibilità di eventi avversi non deve farci dimenticare che eroghiamo assistenza sicura in oltre il 90% dei casi. – scrive il ministero della Salute sul proprio sito – La sicurezza delle cure è un elemento essenziale per garantire la qualità da parte di chi eroga prestazioni sanitarie. Gli eventi avversi non sono completamente evitabili ma in una buona percentuale di casi possono essere prevenuti. L’Italia ha un impianto normativo avanzato e coerente con gli standard internazionali, esperienze nazionali, regionali e buone pratiche molto valide: la sfida è quella di concretizzarle in modo omogeneo in tutto il Paese. La miglior sicurezza delle cure è il frutto di una attenzione e di uno sforzo continui che ci vedono tutti coinvolti, ciascuno nel proprio ruolo”.

L’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria si è dotato da tempo di un modello organizzativo per la gestione della sicurezza del paziente. In proposito sono attivi programmi specifici per l’attività di prevenzione e monitoraggio degli eventi avversi. Inoltre vengo applicati progetti di miglioramento specifici e promossa la cultura della sicurezza tramite l’attività formativa.