Covid, con mascherine e distanziamento la carica virale è fino a mille volte più bassa

Sono stati citati anche dal Washington Post i risultati dello studio dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria condotto su quasi 400 pazienti che si sono rivolti al Pronto Soccorso da marzo a maggio, ribadendo che più bassa è la quantità di virus ricevuta al momento del contagio, meno gravi sono i sintomi della malattia

Più bassa è la quantità di virus che riceviamo al momento del contagio, meno gravi potranno essere i sintomi della malattia. Una tesi ribadita a sostegno dell’utilizzo della mascherina, dell’igiene frequente delle mani e del distanziamento fisico e dimostrata per la SARS e la MERS, ma solo supposta finora per quanto riguarda il nuovo Coronavirus. A supportarla scientificamente arriva però uno studio dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona), appena pubblicato su Clinical Microbiology and Infection e presentato in anteprima alla conferenza sul Coronavirus promossa alcune settimane fa dalla Società europea di microbiologia clinica e malattie infettive. I risultati dell’indagine sono stati citati anche dal Washington Post nell’ambito di un’inchiesta sul calo di mortalità da Covid 19 nel mondo (vedi servizio del Tg2 in fondo a questo articolo).

Quella realizzata dal team di ricerca del Dipartimento di Malattie infettive e tropicali e microbiologia, diretto dal professor Zeno Bisoffi, è un’analisi retrospettiva sui 373 pazienti che hanno avuto accesso al Pronto Soccorso dal 1 marzo al 31 maggio. L’obiettivo era quello di verificare se la diminuzione della carica virale avesse influito non solo sul numero assoluto di pazienti Covid che si sono rivolti al Pronto Soccorso, ma anche sulla gravità della malattia.

“A metà marzo marzo il Paese è entrato in lockdown e il nostro pronto soccorso nello stesso mese ha registrato 281 accessi di persone positive che sono scese di oltre un terzo (86) in aprile e a 6 a maggio”, spiega l’infettivologa Dora Buonfrate (a destra nella foto). “Nello stesso periodo la percentuale dei pazienti per i quali si è reso necessario un ricovero in terapia intensiva è passata dallo 6,7% a marzo, 1,1% ad aprile e 0 a maggio”.

“Inoltre da marzo a maggio abbiamo rilevato con l’analisi molecolare sui tamponi naso-faringei una quantità di virus anche mille volte inferiore. Cosa che conferma quanto supposto da studi precedenti: una bassa carica virale corrisponde a una malattia meno grave”, prosegue la biologa Chiara Piubelli, responsabile della ricerca biomedica (a sinistra nella foto).

Questa progressiva diminuzione non può essere imputata né alla tempistica con cui è stato effettuato il tampone né alle terapie messe in atto sui pazienti. “L’intervallo di tempo tra l’insorgenza dei sintomi e il test molecolare non è cambiato significativamente nel tempo – precisa Piubelli -: una media di 7 giorni a marzo e di 5 giorni ad aprile. Inoltre la gestione del paziente è stata parzialmente modificata nel corso della pandemia, ma la valutazione clinica utilizzata per decidere il ricovero in ospedale e in terapia intensiva è rimasta sostanzialmente la stessa”.

A fare la differenza invece sono state le misure di blocco che, creando un ambiente a bassa trasmissione del virus, hanno determinato manifestazioni cliniche meno gravi. “Una conclusione che conferma la validità delle misure di contenimento del virus: uso della mascherina, igiene frequente delle mani e distanziamento fisico. Solo così possiamo ridurre la carica virale sui contagiati e fare in modo che il sistema sanitario non vada in crisi per il ricorso agli ospedali, in particolare alle terapie intensive. E insieme scongiurare nuove drastiche misure di chiusura”, sottolinea la dottoressa Buonfrate.

Ma il virus non può aver subito mutazioni? “Studi precedenti hanno rilevato mutazioni genetiche del virus, ma non per quanto riguarda la sua contagiosità”, concludono le due ricercatrici.

lo studio

La rianimazione cardiopolmonare quando un paziente è positivo al Covid

In occasione della settimana “Viva” dedicata alla rianimazione cardiopolmonare, gli istruttori del Centro IRC (Italian Resuscitation Council) del Sacro Cuore mostrano in due video le procedure d’emergenza messe in atto quando un paziente va in arresto cardiaco

Cosa succede quando il cuore si ferma? Come interviene il personale sanitario e quali sono le tappe che riportano il paziente alla vita? Quali accorgimenti bisogna avere se c’è un sospetto che il paziente sia positivo al Covid-19? Ce lo mostrano in due interessanti video formativi gli istruttori del Centro IRC (Italian Resuscitation Council) dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria.

Nel primo gli istruttori ci portano in sala al fianco di un paziente con sospetto di infezione da nuovo coronavirus, mentre nel secondo la procedura è quella ordinaria con paziente negativo al Covid. In entrambi i casi si tratta di simulazioni effettuate in modo estremamente realistico con un manichino/paziente di ultima generazione.

La divulgazione di questi video formativi avviene in concomitanza con la settimana “Viva” dedicata alla Rianimazione Cardiopolmonare, che si celebra dal 12 al 18 ottobre e culminerà il 16 ottobre con l’omonima giornata mondiale.

Il Centro IRC di Negrar è attivo dal 2009 ed è punto di riferimento per la formazione nel campo della rianimazione cardiopolmonare sia per il personale sanitario sia per tutti i cittadini “non professionisti” della sanità. Decine i corsi di rianimazione tenuti ogni anno presso il Sacro Cuore con la collaborazione del Centro di Formazione, ma numerose negli ultimi anni sono state anche le iniziative effettuate nelle scuole per istruire i giovani su come intervenire in caso di emergenza. Ed ora, nonostante la pandemia, la formazione prosegue utilizzando anche gli strumenti multimediali, perché più persone sono preparate ad intervenire in modo tempestivo dopo un arresto cardiocircolatorio e più vite si possono salvare.


Don Luigi Pedrollo: si chiude il processo diocesano di canonizzazione

Domenica 20 settembre si è concluso il processo diocesano di canonizzazione di don Luigi Pedrollo, il successore di don Calabria sotto la cui guida venne costruito anche l’ospedale geriatrico “Don Calabria” di Negrar. Ora gli atti passeranno alla Congregazione delle cause dei santi.

Domenica 20 settembre si è conclusa la fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio don Luigi Pedrollo, vicario e primo successore di don Giovanni Calabria alla guida dell’Opera da lui fondata. Il rito giuridico di chiusura si è svolto nella basilica di Sant’Anastasia, al termine di una S. Messa presieduta dal vescovo di Verona mons. Giuseppe Zenti e concelebrata dal Casante dell’Opera padre Miguel Tofful (vedi video della cerimonia in fondo a questo articolo).

Don Pedrollo è una figura carismatica molto nota a Verona, che dapprima affiancò don Calabria e poi fu il continuatore della sua Opera a favore dei poveri e dei sofferenti, diventando consigliere e punto di riferimento spirituale per tantissimi veronesi. Fu lui a realizzare il lontano desiderio di don Calabria di aprire la Congregazione all’attività missionaria (la prima missione venne fondata in America Latina nel 1959; oggi l’Opera è presente in 12 Paesi e in tutti e 5 i continenti). Fu sempre sotto la sua guida che vennero realizzati il Centro Don Calabria di via Roveggia (oggi trasferito in via San Marco) e l’ospedale geriatrico “Don Calabria” di Negrar (nella galleria fotografica in fondo pubblichiamo alcune foto storiche di don Pedrollo a Negrar).

Il processo diocesano era stato aperto il 15 giugno 2018 con la nomina della commissione d’inchiesta, guidata dal delegato vescovile don Tiziano Bonomi, e con la scelta dei periti storici. Postulatore è Paolo Vilotta coadiuvato dal religioso calabriano fratel Mario Grigolini In questi due anni sono stati sentiti 48 testimoni così suddivisi: 13 religiosi e 3 religiose dell’Opera Don Calabria, 2 vescovi, 3 parenti, 12 religiosi, religiose e sacerdoti della Diocesi, 15 laici. Inoltre sono stati esaminati i numerosissimi scritti, editi e non, che don Pedrollo ha lasciato nella sua lunga vita, quali diari, corrispondenza privata, lettere circolari, quaderni di appunti, deposizioni, contributi ai Capitoli, cronache della casa…

Ora gli atti, sigillati nel rito di chiusura, sono stati portati dal postulatore a Roma alla Congregazione delle cause dei santi, dove verranno esaminati e, se approvati, ci sarà il riconoscimento delle virtù eroiche di don Pedrollo che diventerà “venerabile”.

“La chiusura della fase diocesana del processo di don Pedrollo è una grande gioia per tutta la Famiglia Calabriana – ha detto padre Miguel Tofful, Casante dell’Opera – don Luigi per noi rappresenta la figura del sacerdote come lo voleva don Calabria: umile, traboccante di carità, determinato e con una enorme fiducia nella Divina Provvidenza. Possiamo dire che egli sia l’incarnazione dello spirito puro e genuino della nostra Opera ed è una persona che nella sua vita ha fatto del bene a tantissime persone, tanto che ancora oggi moltissimi veronesi si ricordano di lui”. Maggiori informazioni si possono trovare anche sul sito dell’Opera: www.doncalabria.it.


Nuova data per il Capitolo dell'Opera Don Calabria

Si terrà a febbraio 2021 il dodicesimo Capitolo Generale dei Poveri Servi della Divina Provvidenza,Congregazione fondata da San Giovanni Calabria tra le cui attività c’è anche il “Sacro Cuore”. Lo svolgimento del Capitolo, già rinviato la scorsa primavera, dipenderà comunque dall’andamento della pandemia.

Il Capitolo Generale dei Poveri Servi della Divina Provvidenza si svolgerà nel mese di febbraio 2021, se la situazione della pandemia lo permetterà. A prendere questa decisione è stato il Consiglio Generale della Congregazione, guidato dal Casante padre Miguel Tofful, insieme ai responsabili di tutte le missioni dell’Opera Don Calabria. L’evento sarà dedicato al tema “La profezia della comunione” e vedrà la partecipazione di 38 religiosi e numerosi laici provenienti da 12 Paesi e 4 continenti nei quali l’Opera è presente. In contemporanea si svolgerà anche il Capitolo della Congregazione femminile dell’Opera, ovvero le Povere Serve della Divina Provvidenza.

Il Capitolo dei Poveri Servi originariamente doveva svolgersi nel maggio 2020, ma è stato rinviato a causa della pandemia di coronavirus che tuttora sta colpendo molti Paesi nel mondo. Qualora la situazione pandemica non dovesse risolversi nemmeno nei prossimi mesi, anche la nuova data prescelta potrà subire ulteriori rinvii, ma questo andrà valutato al momento opportuno e sempre con un’ampia condivisione all’interno dell’Opera e con gli organi preposti della Chiesa.
D’altra parte il Capitolo sicuramente non potrà svolgersi in via telematica, nemmeno in piccola parte, poiché Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita apostolica ha chiarito con una lettera indirizzata a tutti i religiosi che questo evento richiede la presenza fisica dei partecipanti per garantire una vera sinodalità e corresponsabilità nelle decisioni. Nemmeno la situazione eccezionale che stiamo vivendo permetterà dunque di derogare a questo principio.
L’auspicio espresso dai due Consigli e dai Delegati, approvato anche dalle Delegate e Responsabili di Missione delle Sorelle, è che i due Capitoli si possano svolgere a Verona nelle rispettive Case Madri, vale a dire San Zeno in Monte per i Fratelli e Santa Toscana per le Sorelle.

Lo svolgimento in contemporanea dei due Capitoli, pur mantenendo le rispettive specificità delle due Congregazioni, rappresenterebbe un altro profetico segno di comunione e sarebbe la naturale conseguenza del cammino sinodale di preparazione nel quale tutta la Famiglia Calabriana è stata coinvolta fin dalla primavera del 2019dicono il Casante padre Miguel Tofful e la Madre Generale delle Povere Serve Lucia Bressanora in questo tempo di attesa ci auguriamo che tale tensione sinodale venga mantenuta e rafforzata in tutte le Delegazioni e Missioni dove l’Opera è presente. Noi siamo vicini alla Famiglia Calabriana e chiediamo a tutti di unirsi nella preghiera per le tante persone che sono duramente colpite dalla pandemia o che stanno soffrendo a causa di essa”.

Il Capitolo, nel diritto canonico, è un’assemblea di religiosi dotata di personalità giuridica e autorità normativa. Si tiene ogni sei anni ed è l’occasione per verificare l’andamento della Congregazione e programmare il futuro, rinnovando gli incarichi e dando le linee di sviluppo per il successivo sessennio.


In vacanza al tempo del virus: i consigli per un comportamento responsabile

L’infettivologo Federico Gobbi sottolinea che in questo tempo di convivenza con il CoVid è fondamentale non abbassare la guardia e prendere le dovute precauzioni nelle normali attività di ogni giorno. A maggior ragione se si va in vacanza in Paesi dove il tasso di diffusione è maggiore che in Italia

Questa è la fase della consapevolezza e della responsabilità. Il virus circola ancora, perciò dobbiamo rispettare con il massimo scrupolo quelle norme di igiene e distanziamento sociale che ormai abbiamo imparato a conoscere, a maggior ragione se ci troviamo in vacanza in Italia o all’estero”. Il dottor Federico Gobbi, infettivologo del reparto di Malattie Infettive e Tropicali del “Sacro Cuore”, invita a non abbassare la guardia nella lotta alla pandemia che viene condotta prima di tutto attraverso i comportamenti quotidiani di ogni persona. “Dobbiamo continuare a usare il più possibile quelle precauzioni che proteggono noi stessi e gli altri, a cominciare dall’uso della mascherina e dall’igienizzazione delle mani. Questo vale ancora di più se viaggiamo su mezzi pubblici come treni, aerei e pullman, e se ci rechiamo in Paesi dove il tasso di diffusione del CoVid è maggiore che da noi”.

Niente allarmismi, dunque, ma nemmeno l’illusione che i rischi siano alle spalle. “In Italia ci sono diversi piccoli focolai del contagio, ma in questi mesi abbiamo lavorato bene e la situazione appare sotto controllo. Tuttavia il leggero aumento dei positivi nelle ultime settimane ci dice che dobbiamo convivere con il virus e c’è bisogno del contributo da parte di tutti con comportamenti responsabili, in modo da poter riprendere gradualmente dopo l’estate tutte le attività economiche e da permettere che bambini e ragazzi tornino a scuola in condizioni di sicurezza.
Qui sotto riportiamo l’intervista del dottor Gobbi a Telepace.


Le radiazioni che curano le "tempeste del cuore"

STAR o  radioterapia stereotassica ablativa per le aritmie ed è una procedura innovativa che coniuga cardiologia e radioterapia, quest’ultima impiegata tradizionalmente per la cura dei tumori. L’IRCCS di Negrar è il primo centro in Italia per numero di interventi e per aver impiegato in questo trattamento uno speciale corpetto che rende la metodica totalmente non invasiva anche per quanto riguarda la diagnostica

La sensazione è quella dello svenimento imminente, ma prima della perdita di coscienza interviene il defibrillatore. E non senza dolore. Una condizione sopportabile quando le tachicardie ventricolari causate da gravi cardiomiopatie dilatative sono rare, ma nei casi in cui si scatenano anche una ventina di “storm aritmici” al mese non rispondenti ai farmaci, l’aspettativa e la qualità di vita peggiorano fatalmente. E’ il caso dei tre pazienti che da marzo ad oggi (l’ultimo giovedì scorso) sono stati sottoposti all’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona) a un trattamento innovativo e non invasivo chiamato STAR o radioterapia stereotassica ablativa per le aritmie.

Si tratta di una metodica promettente che coniuga cardiologia e radioterapia, questa normalmente impiegata nella cura di tumori. Essa richiede un’elevata esperienza nell’impiego di alte tecnologie sia nel campo radioterapico che cardiologico. Per tutti questi motivi sono ancora pochi i centri al mondo ad effettuarla: l’IRCCS di Negrar è quello che registra in Italia la casistica più alta con tre pazienti finora trattati ed è l’unico ospedale ad effettuare un trattamento totalmente non invasivo, anche per quanto riguarda la parte diagnostica, grazie all’utilizzo di uno speciale elettrocardiogramma indossabile dal paziente come un corpetto.

Per la cura multidisciplinare delle gravi cardiopatie si apre quindi una nuova prospettiva che potrebbe interessare i 750 pazienti in Italia affetti da queste patologie, una piccola ma importante percentuale, in termini di costi umani e sanitari, delle 15mila persone portatrici di pacemaker.

La procedura si svolge in un’unica seduta della durata di pochi minuti, nel corso della quale le aree del cuore dove nascono le aritmie vengono colpite da un fascio di radiazioni ionizzanti con precisione millimetrica, creando una cicatrice omogenea tale da interrompere il “cortocircuito” cardiaco. Il trattamento non ha richiesto ricovero e dopo brevissimo periodo di osservazione i pazienti sono ritornati a casa. Attualmente le loro condizioni sono buone.

“Le linee guida prevedono il trattamento di questi pazienti con ablazione transcatetere che utilizza la radiofrequenza veicolata attraverso cateteri che vengono posizionati nel cuore, nel punto in cui è presente il ‘cortocircuito’ che fa scatenare le aritmie – spiega il dottor Giulio Molon, direttore della Cardiologia – Si tratta di una procedura ad alto rischio in persone il cui quadro clinico è già gravemente compromesso da infarti pregressi e da aritmie frequenti controllate dal defibrillatore. Il defibrillatore della prima paziente, che abbiamo trattato a marzo in piena pandemia, per esempio, ha registrato 104 aritmie in tre mesi, un ‘super lavoro” che ha portato alla sostituzione precoce del dispositivo. In questi casi le armi convenzionali che disponiamo – farmaci e ablazione transcatetere – sono inefficaci o ad alto rischio. La radioterapia, invece, dà buoni risultati. Se la terapia si dimostrasse efficace e sicura su ampi numeri potrebbe essere applicata in futuro a ogni tipo di aritmia”.

“STAR è un’estensione della radioterapia stereotassica, già nota come efficace e poco invasiva in oncologia, nel campo cardiologico”, spiega Filippo Alongi, direttore della Radioterapia Oncologica Avanzata del “Don Calabria” e professore associato all’Università di Brescia. “Impiegata correntemente per il trattamento dei tumori primitivi o metastatici, questo tipo di sistema consente l’erogazione di alte dosi direttamente sul tumore con estrema precisione e con un ridotto coinvolgimento dei tessuti sani circostanti. Lo stesso meccanismo avviene nelle aree del cuore che scatenano le aritmie le cui cellule, grazie alle radiazioni, subiscono un danneggiamento tale da portarle alla morte. Si viene così a formare una cicatrice omogenea che impedisce il formarsi del ritmo anomalo”.

Per identificare nel modo più accurato possibile il sito specifico da trattare e salvaguardare il resto del cuore, per la prima volta in Italia sono state utilizzati in questo trattamento esami diagnostici totalmente non invasivi come la risonanza magnetica cardiaca, la PET, la Tc e un innovativo sistema indossabile dallo stesso paziente.

“Tecnicamente è un Elettrocardiogramma – illustra Molon – ma si presenta come un corpetto totalmente coperto da elettrodi. Questo consente dopo esecuzione di Tc e dopo aver indotto la tachicardia ventricolare tramite defibrillatore, di aver un mappaggio tridimensionale completo del muscolo cardiaco all’interno del quale individuare perfettamente la sede da trattare”.

Il primo studio STAR, condotto su 5 pazienti, è stato pubblicato nel 2017 su New England Journal Medicine. “E’ una tecnica ‘giovane’, rimangono da definire i risultati come pure i rischi ed i possibili effetti indesiderati, sia a breve che a lungo termine. Serviranno dati più robusti e studi prospettici con numero di pazienti adeguato per poterne confermare la validità. Ma le premesse sono molto buone”, precisano i due primari.

Nella foto di copertina: da sinistra il dottor Giulio Molon, il professor Filippo Alongi e il dottor Niccolò Giaja Levra
Nella foto allegata: lo speciale elettrocardiogramma indossabile come un corpetto

Nel video:  il dottor Molon e il professor Alongi spiegano la procedura. Sotto anche in english version


Il Maestro Poli racconta il suo San Giovanni Calabria

Porta la firma del Maestro Albano Poli, artista veronese conosciuto in tutto il mondo, la statua che rappresenta San Giovanni Calabria davanti al nuovo ingresso dell’ospedale. Un’opera monumentale dedicata al prete che durante la guerra accolse il “fanciullo” Albano

Albano Poli, fondatore dell’atelier Progetto Arte Poli, è un artista conosciuto in tutto il mondo per le sue opere. Ma è anche un “buon fanciullo”, uno dei ragazzi poveri accolti nella casa fondata da San Giovanni Calabria nel 1907 in una stretta stradina di Verona – vicolo Case Rotte – poi trasferita a San Zeno in Monte, sopra una collina che domina la città scaligera. Quel prete che ha fuso la sua vita con il Vangelo, il Maestro Poli non l’ha mai dimenticato. Nemmeno i riconoscimenti ricevuti in tutto il mondo per le sue opere, in particolare in vetro, sono stati sufficienti per cancellare tutto il bene ricevuto da don Giovanni durante e dopo la seconda Guerra mondiale. A quel prete ha infatti ha dedicato il lavoro di realizzazione della statua che oggi accoglie il visitatore all’ingresso del nuovo ospedale.

Si tratta di una scultura monumentale alta 2,30 metri, realizzata interamente in bronzo con la tecnica a fusione persa e posta in un basamento di marmo giallo reale della Lessinia, per un totale di 3,3 metri di altezza e 20 quintali di peso. “Avere la possibilità di realizzare una scultura dedicata ad un santo che ho avuto la possibilità di incontrare personalmente e che mi ha lasciato il segno nel mio animo grazie al suo operato, è un onore che non credo ricapiterà”, afferma il Maestro Poli, “La realizzazione di questa scultura mi ha dato la possibilità di studiare più da vicino la storia di questo nostro Santo aggiungendo ai miei ricordi parole che prima non conoscevo e che li hanno illuminati di una luce e di un senso nuovo”

Ma ascoltiamo direttamente il Maestro Albano Poli che nel video allegato racconta il “suo” San Giovanni Calabria.


Gli ospedali di don Calabria in rete contro il CoVid

Mentre il “Sacro Cuore” è ormai da qualche giorno senza più pazienti CoVid, la situazione è più critica in altre strutture sanitarie dei Poveri Servi della Divina Provvidenza e in particolare nell’ospedale di Marituba, alle porte dell’Amazzonia. Ecco come come gli ospedali dell’Opera affrontano l’emergenza facendo sistema tra loro

OSPEDALI CALABRIANI IN RETE

Da alcuni giorni il “Sacro Cuore” è “Covid free”, in quanto anche l’ultimo paziente positivo al virus è stato dimesso. Una bellissima notizia dopo tre mesi trascorsi in prima linea con tanti ammalati che si sono alternati nei 100 posti messi a disposizione dall’ospedale per il CoVid tra degenze in reparto, terapia sub-intensiva e intensiva. In ogni caso l’ospedale resta pronto per accogliere eventuali nuovi positivi essendo un riferimento per le malattie infettive e tropicali.
Purtroppo però la situazione non è così tranquillizzante nelle altre strutture sanitarie dell’Opera Don Calabria nel mondo: oltre all’IRCCS di Negrar ci sono anche l’Hospital Divina Providencia di Marituba (nord del Brasile), il “Divina Providencia” di Luanda (Angola) e centro medico “Bro. Perez” di Manila (Filippine) che in questi mesi di emergenza CoVid sono impegnate nella lotta contro il virus. Ed ora è soprattutto l’ospedale brasiliano a soffrire per la pandemia.
Fin dal mese di marzo, quando l’emergenza riguardava soprattutto l’Italia, le quattro strutture che fanno parte del “Sistema Calabriano di Sanità” sono state in contatto fra loro con riunioni periodiche per condividere le procedure e le informazioni utili per dare un’assistenza capace di stare al passo con i grandi bisogni del momento. In particolare il Sacro Cuore sta facendo da capofila fin dallo scorso 25 marzo, data del primo incontro online con la direzione dell’ospedale di Luanda.
Ecco una panoramica della situazione negli ospedali del Sistema Calabriano di Sanità…

MARITUBA

Lo stato del Parà, facendo parte della regione amazzonica, è uno dei più colpiti dalla pandemia che in quelle zone non ha ancora raggiunto il picco. Tra le vittime della malattie, purtroppo, c’è anche il direttore sanitario dell’ospedale calabriano, dottor Avelar Feitosa, deceduto lo scorso 27 aprile.
L’HDP di Marituba è uno degli ospedali che il governo dello Stato ha destinato alla presa in carico di pazienti con Covid-19. Dalla fine di marzo i programmi di assistenza dell’ospedale sono stati modificati e si è cominciato a sviluppare i protocolli specifici per il nuovo coronavirus. L’HDP è stato diviso in due settori. Uno riservato ai pazienti non sospetti per Covid-19, l’altro per i pazienti sospetti. La separazione avviene fin dal triage e dal pronto soccorso. Nella parte riservata ai pazienti Covid è stato allestito un reparto di degenza con 23 letti, inoltre è stato potenziato il servizio di terapia intensiva con capacità fino a 16 letti.
Uno dei maggiori problemi da affrontare è stata finora la carenza dei dispositivi di protezione individuale e dei respiratori. In parte tale problema è stato risolto grazie a progetti ad hoc promossi dall’Opera Don Calabria insieme all’Unione Medico Missionaria Italiana e dall’Associazione “Amici di monsignor Pirovano”.

LUANDA

In Angola resta molto limitato a poche decine il numero di casi di CoVid. Tuttavia nel Paese sono in vigore norme molto restrittive fin dal mese di marzo per prevenire il contagio. L’Hospital Divina Providência di Luanda ha dovuto adattarsi ed entrare anch’esso in modalità emergenza: ha sospeso le visite specialistiche e le visite mediche di routine. Le cinque unità periferiche hanno mantenuto in funzione solo il servizio per le urgenze e i vaccini. Nell’unità centrale, invece, continuano ad essere seguite le urgenze, è attivo il laboratorio, la farmacia, i centri per l’HIV e la TB e i due reparti adulti e bambini per garantire l’assistenza sanitaria nei limiti del possibile, rispettando anche tutte le disposizioni in materia di biosicurezza. La difficoltà maggiore rimane la reperibilità dei DPI (dispositivi di protezione individuale) e la forte speculazione sui prezzi di materiali ed equipaggiamenti sanitari, dovuta anche alla crisi economica che affligge il paese ormai da qualche anno. L’ospedale cerca di sostenere anche il suo stesso personale sanitario, attraverso corsi di formazione specifici per spiegare a tutti i collaboratori come prevenire i contagi e mostrare le migliori pratiche da adottare sull’utilizzo dei DPI e infine si è attivato per l’autoproduzione di mascherine. Anche in questo caso l’Amministrazione Generale dei Poveri Servi e l’Unione Medico Missionaria Italiana hanno dato un supporto in termini di progetti per far fronte alle necessità più immediate.

FILIPPINE

Dopo il lockdown imposto nel Paese dal 15 marzo il Centro Medico “Bro. Francisco Perez”, essendo una piccola struttura poliambulatoriale, ha chiuso i battenti per alcune settimane non essendo attrezzata per affrontare l’eventuale diffondersi del contagio. Dopo un percorso di preparazione del personale e di dotazione dei dispositivi di protezione, anche con l’aiuto del settore progetti della Congregazione, il Centro Medico ha potuto riaprire lo scorso 18 maggio predisponendo tutte le misure di sicurezza per la salute dei propri operatori e dei pazienti stessi: viene garantito il distanziamento sociale e vengono utilizzati guanti, mascherine, occhiali di protezione. Rimangono i servizi ambulatoriali ed è stato riorganizzato l’accesso degli utenti predisponendo un’area triage fuori dalla clinica, in cui viene fatta anche un’intervista mirata basata su modello standard del Ministero della Salute filippino per garantire l’esclusione dei paziente sospetti, i quali vengono a loro volta reindirizzati alle strutture dedicate alla cura del Covid-19. Al momento la clinica presta servizio “Free Covid”, proprio per garantire l’assistenza dei tanti altri problemi di salute che continuano ad affliggere la popolazione locale e che ora più che mai non vanno dimenticati.

matteo.cavejari@sacrocuore.it


In un video le nuove regole per un accesso sicuro al "Sacro Cuore"

Insieme al dottor Davide Brunelli mostriamo le procedure che garantiscono a pazienti ed operatori un accesso in sicurezza ad ogni aspetto dell’attività ospedaliera. Perchè in questa “fase 2” dell’emergenza coronavirus tutto sta tornando ad una nuova normalità

In un video itinerante all’interno della Cittadella della Carità mostriamo le procedure che garantiscono a pazienti ed operatori un accesso in sicurezza durante la fase 2 dell’emergenza coronavirus. Ad accompagnarci è il dottor Davide Brunelli, vicedirettore sanitario del Sacro Cuore, che spiega il nuovo protocollo studiato appositamente per favorire percorsi assistenziali “puliti dal coronavirus” in ogni aspetto dell’attività ospedaliera: dalle visite alle sale d’attesa, dai ricoveri programmati agli interventi chirurgici, dalla prenotazione degli esami agli ingressi tramite pronto soccorso. Un protocollo che permette di tornare ad una “nuova normalità”, accogliendo i pazienti e prendendosi cura delle loro patologie con nuove regole ma anche con la consueta umanità e competenza.
Per il dettaglio delle procedure adottate vedi anche questo link: ospedale in sicurezza e la brochure allegata (vedi brochure)


Le buone pratiche per il benessere del neonato

Le infermiere del nido e il direttore della Pediatria dottor Antonio Deganello accompagnano i genitori con 5 video nei quali illustrano come affrontare le piccole sfide quotidiane nella cura del neonato, offrendo un utile servizio che permette di “stare vicini” nonostante l’emergenza coronavirus

Primi giorni in ospedale, inizio dell’allattamento, cambio del pannolino, pulizia del moncone, bagnetto… ci sono tante sfide da affrontare per i genitori fin dalle primissime ore dopo la nascita del loro bambino. Come fare a gestire tutto questo senza affanni e adottando le migliori soluzioni per il benessere del pargoletto? Ce lo spiegano i medici e le infermiere del nido del Sacro Cuore con cinque utili video in cui mostrano il percorso del neonato in ospedale e illustrano le buone pratiche da adottare per prendersi cura di lui nelle prime settimane di vita.

VEDI I VIDEO SUL PERCORSO DEL NEONATO

L’iniziativa, fortemente voluta dalla Pediatria diretta dal dottor Antonio Deganello, ha anche il valore di stare vicini ai neo-genitori in questa fase di emergenza Covid dove non si possono fare corsi e incontri informativi con le modalità tradizionali. Un servizio che conferma la particolare sensibilità del Sacro Cuore nel garantire ai neonati un avvio di vita il più sano e naturale possibile, in linea con il riconoscimento Unicef di “Ospedale Amico dei Bambini per l’Allattamento Materno” ottenuto nel 2018 (vedi articolo sul riconoscimento Unicef).

Il video-corso è a disposizione di tutti i genitori sul sito web dell’ospedale alla pagina Pediatria (sezione neonatale) e sul canale youtube dell’ospedale. Naturalmente chi avesse bisogno di ulteriori informazioni o per altre necessità è possibile contattare le infermiere del nido telefonando allo 045.6013395 (con disponibile anche servizio di video-chiamata).