Sindrome del bambino scosso: una grave forma di maltrattamento spesso inconsapevole

La Shaken Baby Syndrome o Sindrome del Bambino Scosso è una grave forma di trauma cerebrale che deriva dallo scuotimento violento di un neonato, spesso come reazione al suo pianto inconsolabile. Una forma di maltrattamento infantile gravissima ma spesso inconsapevole e che può essere evitata. L’11 e il 12 aprile in molte città Italiane le Giornate di prevenzione.

Sabato 11 e domenica 12 aprile tornano le Giornate Nazionali di prevenzione della Sindrome del Bambino Scosso: Terre des Hommes e SIMEUP (Società Italiana di Medicina di Emergenza e Urgenza Pediatrica) con SIP, ANPAS, FIMP e la Rete Ospedaliera contro il Maltrattamento Infantile sono in oltre 150 città italiane per informare sui pericoli di questa sindrome e su come prevenirla. La Shaken Baby Syndrome o Sindrome del Bambino Scosso è una grave forma di trauma cerebrale che deriva dallo scuotimento violento di un neonato, spesso come reazione al suo pianto inconsolabile. Una forma di maltrattamento infantile gravissima ma spesso inconsapevole e che può essere evitata.

A CHE ETÀ SI MANIFESTA IL PICCO DI INCIDENZA

Il picco di incidenza della Sindrome del Bambino Scosso si ha tra le 2 settimane e i 6 mesi di vita, periodo di massima intensità del pianto del neonato ed età in cui il bambino non ha ancora il controllo del capo e la struttura ossea è purtroppo molto fragile.

QUANDO E PERCHE’ SCUOTERE UN BAMBINO DIVENTA PERICOLOSO?

Lo scuotimento violento, anche se solo per pochi secondi, è potenzialmente causa di lesioni molto gravi, soprattutto per i bambini al di sotto dell’anno di età. È difficile stabilire con esattezza quanto violento o protratto dovrebbe essere lo scuotimento per causare un danno; tuttavia dai casi già accertati si evince che in genere il bambino vittima di SBS viene scosso energicamente circa 3-4 volte al secondo per 4-20 secondi.
Giochi abituali o comportanti maldestri dei genitori non provocano lesioni da scuotimento, così come non le generano il far saltellare il bambino sulle ginocchia (gioco del cavalluccio), fare jogging o andare in bici con il bambino, fare frenate brusche in auto o cadute dal divano o da un altro mobile.

QUALI SONO I PRINCIPALI SINTOMI O SEGNALI DI ALLARME?

Diagnosticare la Shaken Baby Syndrome non è facile, è importante non sottovalutare nessuno di questi segnali da parte del bambino, che rappresentano un campanello d’allarme importante per una corretta diagnosi, la quale rimane comunque molto complessa da effettuare.

La Shaken Baby Syndrome può manifestarsi attraverso una serie di segni e sintomi che richiedono immediata attenzione medica:

  • Vomito persistente
  • Irritabilità eccessiva.
  • Letargia o difficoltà a svegliarsi
  • Convulsioni
  • Difficoltà respiratorie
  • Paralisi o incapacità di muovere parti del corpo
  • Lividi inspiegabili
QUALI COMPORTAMENTI I GENITORI DOVREBBERO ASSOLUTAMENTE EVITARE DI FRONTE AL PIANTO DI UN NEONATO?

Il pianto del bambino, nei primi mesi di vita, sembra davvero inconsolabile. Di fatto, piangere, è l’unico strumento che il neonato ha per comunicare: può avere fame, sonno, caldo, freddo, il bisogno di essere cambiato o semplicemente di coccole o del contatto fisico per essere rassicurato. Qualunque sia il motivo, non bisogna mai scuoterlo per calmarlo. Perché anche se può sembrare un gesto banale, i danni sul bambino possono essere gravissimi.

Sono, invece, tante altre le soluzioni che si possono mettere in atto per cercare di calmare il pianto di un neonato: cullarlo nella carrozzina, fargli fare un giro in macchina, un bagnetto rilassante, oppure fasciarlo con un lenzuolo piegandogli gli arti in modo che ritorni nella posizione fetale, o ancora fargli sentire un fruscio o un rumore continuo (come un phon o una lavatrice o un’aspirapolvere).

Ma se il pianto non si ferma e diventa davvero esasperante, la cosa migliore da fare, se non lo si riesce più a gestire e a sopportare, è lasciare il bambino in un posto sicuro e allontanarsi fino a quando non si è riacquistato un certo equilibrio. O in alternativa, chiedere aiuto ad altri membri della famiglia/amici e, nei casi più importanti, lasciare che un medico visiti il bambino, se ci sono dei dubbi sul suo stato di salute.

QUALI SONO I FATTORI SCATENANTI DI QUESTA SINDROME?

Scuotere il bambino, in genere, è la risposta ad un pianto “inconsolabile”, di cui gli adulti spesso non riescono a cogliere il significato. Sentendosi quindi impotenti, possono attivare – anche inconsapevolmente – dei comportamenti inappropriati (come lo scuotimento) nel tentativo di calmare il neonato. Spesso, lo scuotimento avviene proprio per mano degli stessi genitori, o delle figure educative con cui si condivide l’accudimento dei bambini: nonni, babysitter, educatrici del nido, ecc.
Secondo i dati resi noti dalla Società Italiana Neonatologia (SIN), i principali fattori di rischio che possono aumentare la probabilità di scuotimento sono:

  • famiglia mono-genitoriale
  • età materna inferiore ai 18 anni
  • basso livello di istruzione
  • uso di alcool o sostanze stupefacenti, disoccupazione, episodi di violenza in ambito familiare e disagio sociale

Tuttavia, nei casi più frequenti, è solo l’esasperazione di genitori inconsapevoli e poco informati a spingere nella direzione di una “manovra consolatoria” errata, qual è appunto lo scuotimento violento.

QUALI DANNI PUÒ PROVOCARE LO SCUOTIMENTO VIOLENTO?

Le conseguenze della Sindrome del Bambino Scosso possono essere di diversa intensità e gravità. I danni di tipo neurologico provocati dallo scuotimento possono manifestarsi, nei primi mesi di vita del bambino, sia da un punto vista motorio che del linguaggio. Le conseguenze più gravi riguardano:

  • Disturbi dell’apprendimento e dell’attenzione, della memoria e del linguaggio
  • Disabilità fisiche, danni alla vista o cecità, disabilità uditive
  • Paralisi cerebrale
  • Epilessia
  • Ritardo psicomotorio e ritardo mentale

In genere, le conseguenze dipendono molto dalla gravità dell’abuso. Si stima che solo nel 15% dei casi non ci siano ripercussioni sulla salute del bimbo.

LA SHAKEN BABY SYNDROME PUÒ ESSERE CAUSA DI MORTE?

La Sindrome del Bambino Scosso può portare al coma o alla morte del bambino fino in 1/4 dei casi diagnosticati.

(fonte: Terre des homme Italia)


Gravidanza: cosa sapere e cosa fare nei primi tre mesi di gestazione

Video intervista alla dottoressa Alessandra Ghidini, resposabile di Ostetricia e Sala Parto dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria. Durante la trasmissione Med-Il medico risponde di Radio Verona- Telerena la dottoressa ha affrontato il tema dei primi tre mesi di gravidanza, dei percorsi distinti per le gravidanze fisiologiche e quelle ad alto rischio e i test prenatali proposti

La gravidanza è un momento meraviglioso per una donna, ma porta con sé, insieme alla gioia dell’attesa, anche preoccupazione e ansia per la salute del bambino.

La dottoressa Alessandra Ghidini, responsabile di Ostetricia e di sala parto dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, è intervenuta proprio sull’argomento ai microfoni di ‘Med-Il medico risponde’, la trasmissione in diretta di Radio Verona-Telearena, condotta da Francesca Pellegrini (guarda il video)

In maniera chiara e lineare ha spiegato cosa differenzia una gravidanza a basso rischio da una gravidanza ad alto rischio ostetrico, situazioni per le quali presso l’Unità Operativa Complessa di Ostetricia e Ginecologica, diretta dal dottor Marcello Ceccaroni, sono stati creati due percorsi distinti.

“Già dal primo trimestre si può stabilire se siamo di fronte a una gravidanza fisiologica (a basso rischio ostetrico) o a una gravidanza che necessita di maggiore monitoraggio”, ha spiegato la dottoressa Ghidini. “I criteri si basano principalmente sull’età della donna, maggiore o minore di 35 anni; sugli stili di vita, per esempio fumatrice o meno; su l’indice di massa corporea materno; su un eventuale pregressa chirurgia nella zona addominale o pelvica ; sulla presenza o meno di patologie come l’ipertensione o il diabete”.

Quando non vengono rilevati particolari problemi, la donna viene presa in carico dall’ambulatorio “a basso rischio ostetrico”, gestito dalle ostetriche, “professioniste preparate” anche a valutare, lungo il corso della gravidanza, l’eventuale insorgenza di sintomi tali da trasformare una gravidanza fisiologica in una ad alto rischio. Le gravidanze ad alto rischio seguono un altro percorso che prevede un approccio multidisciplinare dato dalla presenza del medico ginecologo e dell’ostetrica”, ha spiegato ancora la dottoressa Ghidini.

Nel primo trimestre possono essere  effettuati anche gli screening genetici prenatali, che forniscono una stima del rischio di malattia genetica del feto

Il più importante è il test combinato , finalizzato a stimare il rischio di anomalie cromosomiche, come la sindrome di Down (trisomia 21), la sindrome di Edwards (trisomia 18) o la sindrome di Patau ( trisomia 13). E’ un test non invasivo, che si basa sul dosaggio nel sangue della mamma di due ormoni – il free beta-hCG e PAPP-A – e sulla translucenza nucale, cioè l’ecografia che misura lo spessore di accumulo di liquido dietro la nuca del nascituro. “Se emerge un rischio genetico basso la donna prosegue nel normale percorso che prevede un’ecografia al 5° e al 7° mese di gestazione – ha sottolineato – Cosa diversa, se il rischio è alto: per ottenere una diagnosi certa è necessario proseguire con l’amniocentesi e la villocentesi, che, a differenza del Bi-test sono esami invasivi”.

Può accadere anche che dal test combinato emerga una percentuale di rischio intermedio. “In questi casi è possibile procedere con il NIPT – Non Invasive Prenatal Test o test del DNA fetale. Si tratta di uno screening prenatale del tutto non invasivo, eseguibile tramite un prelievo di sangue materno dalla 10ª-13ª settimana. Analizza i frammenti del DNA del feto presente nel sangue della madre per rilevare anomalie cromosomiche. Naturalmente tutti i test prenatali sono proposti. La donna può anche decidere di non procedere”, ha precisato la ginecologa.

La dottoressa Ghidini ha poi sfatato alcuni miti della gravidanza.

“Devo mangiare per due?”: assolutamente no. Vietata la carne cruda, attenzione al pesce crudo e alla verdura cruda, che deve essere sempre ben lavata. Per il resto tutto con moderazione, perché l’incremento ponderale non deve superare i 10 chili, per non incorrere nel rischio di aumento della pressione , molto pericolosa in gravidanza, o nel diabete gestazionale.

“In gravidanza devo interrompere l’attività fisica’”: assolutamente no. Una donna che ha sempre fatto sport deve continuare, modulando l’attività allo stato di  gravidanza, sempre che non ci sia minaccia di un parto pre-termine. Chi invece conduce una vita sedentaria, è il momento per iniziare a muoversi.

Devo privarmi dei miei animali domestici?”: assolutamente no. Bisogna fare attenzione, rispettando norme igieniche elementari, soprattutto in presenza di gatti, le cui feci infette possono trasmettere la toxoplasmosi.

 

(testi e foto a cura dell’Ufficio Stampa)

 


Il video-messaggio del Casante per la Pasqua 2026: «Cristo è risorto. Ma noi, siamo vivi?»

«Cristo è risorto non per farci stare tranquilli, ma per svegliarci.
Se tutto rimane come prima allora non è Pasqua, è solamente religione».

Con queste parole don Massimiliano Parrella, Casante dell’Opera Don Calabria, invita tutta la Famiglia Calabriana a risorgere con Cristo nella concretezza delle scelte e non solo a parole: per essere veramente operatori di pace nel quotidiano in questo tempo così travagliato per l’umanità. Ecco il suo video-messaggio…

(testi, foto e video a cura dell’Ufficio Stampa)


Screening, diagnosi precoce e chirurgia mini-invasiva per combattere il tumore del colon retto

Lo screening per la ricerca del sangue occulto nelle feci è di fondamentale importanza per abbassare l’incidenza di un tumore, quello del colon retto, che si conferma il secondo in Italia per numero di diagnosi e mortalità. Ma la lotta contro questa neoplasia passa anche attraverso strumenti diagnostici all’avanguardia e una chirurgia sempre più mini-invasiva. Ne parlano in video-intervista gli esperti del Sacro Cuore.

Nel 2024 il 94% della popolazione italiana tra i 50 e i 69 anni avente diritto è stata raggiunta dall’invito a eseguire lo screening per il tumore del colon retto. Si tratta del test biennale per la ricerca del sangue occulto nelle feci che rientra nei Livelli Essenziali di Assistenza. Molto più basso, stando al rapporto “I numeri del cancro 2025” redatto da AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica), è il tasso di adesione allo screening. A fronte di un target ritenuto accettabile pari al 50%, infatti, solo il 33% delle persone invitate ha effettuato l’esame.

Dati che fanno riflettere, specialmente in questo mese di marzo dedicato proprio alla sensibilizzazione per il tumore del colon retto che tuttora rappresenta il secondo a livello nazionale per numero di nuove diagnosi (48.708 nel 2024) superato solo dal tumore alla mammella, e secondo anche per mortalità dietro al tumore del polmone (24.200 i decessi nel 2022).

L’esame fondamentale per la prevenzione e diagnosi precoce di questo tipo di tumore è la colonscopia – dice il dottor Paolo Bocus, direttore della Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria – un esame tanto più efficacie quanto più è associato a un alto tasso di adesione allo screening per la ricerca del sangue occulto nelle feci”. Al Sacro Cuore nel 2025 sono state eseguite 4000 colonscopie, con uso di tecnologie all’avanguardia integrate con Intelligenza Artificiale, garantendo precisione e accuratezza ancora maggiori. “Questo esame non serve solo per la diagnosi ma può essere usato anche in chiave terapeutica per asportare piccole lesioni in fase iniziale – prosegue – e anche quando si rende necessario l’intervento chirurgico con la colonscopia accompagniamo tutto il percorso insieme ai chirurghi”.

Anche sul fronte della chirurgia il Sacro Cuore è in prima linea nel trattamento del tumore al colon retto. 119 gli interventi eseguiti nel 2025, in grande maggioranza utilizzando tecniche mini-invasive e adottando il protocollo ERAS, di cui l’IRCCS di Negrar è centro formatore certificato per la chirurgia colorettale e bariatrica. Tale protocollo, mettendo al centro il paziente anche nella fase pre e post-operatoria, consente un migliore e più rapido recupero funzionale della persona operata grazie all’abbattimento delle complicanze, con la conseguente riduzione dei giorni di ricovero (vedi articolo dedicato). “Dalla fine del 2025 possiamo operare questi tipi di tumore con due nuove piattaforme robotiche, il Da Vinci 5 e il Da Vinci Single Port, che ci consentono un approccio ancora più mini-invasivo con la possibilità di un recupero ancora più rapido per i pazienti”, afferma il dottor Giacomo Ruffo, direttore della Chirurgia Generale (vedi articolo dedicato).

Nelle video-interviste qui sotto i due primari parlano della collaborazione tra endoscopia e chirurgia generale nel trattamento del tumore al colon retto e descrivono il valore aggiunto degli strumenti diagnostici e delle nuove piattaforme robotiche utilizzate al Sacro Cuore.

 (testi, foto e video a cura dell’Ufficio Stampa)


Tubercolosi: l'infezione ritenuta "scomparsa", che miete più di 1 milione di morti all'anno nel mondo

Il 24 marzo è la Giornata mondiale della lotta contro la tubercolosi, una malattia che ogni anno miete 1,3 milioni di morti in tutto il mondo. Scarso accesso ai farmaci, resistenza alle terapie, guerre, migrazioni di massa e drastico calo dei finanziamenti per la diagnosi, la cura e la ricerca: il dottor Lorenzo Guglielmetti, responsabile dell’UOS di Tubercolosi e Micobatteri dell’IRCCS di Negrar, indica le cause per cui dopo 150 dalla scoperta del micobatterio responsabile dell’infezione ogni anno si registrano  ancora 10 milioni di nuovi casi

Dr. Lorenzo Guglielmetti

Il 24 marzo è la Giornata mondiale contro la tubercolosi. La data non è casuale: lo stesso giorno nel 1882 Robert Koch scopriva il micobatterio responsabile della tubercolosi. Da allora sono trascorsi quasi 150 anni e da circa 60 esiste un trattamento efficace. Eppure da ormai 20 anni, cioè da quando sono disponibili i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il numero dei nuovi casi all’anno di tubercolosi restano costanti: più di 10 milioni in tutto il mondo e sono 1,3 milioni le persone che perdono la vita ogni anno per questa patologia. “Ancora oggi la tubercolosi è la malattia infettiva che provoca il maggior numero di morti ed è tra le prime 10 cause di mortalità al mondo. Si stima che ogni 3 minuti nel mondo un bambino muore di tubercolosi”, sottolinea il dottor Lorenzo Guglielmetti, responsabile dell’Unità Operativa Semplice  Tubercolosi e Micobatteri del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali dell’Irccs di Negrar.

Il “Sacro Cuore Don Calabria” ogni anno registra una trentina di casi di tubercolosi. I pazienti provengono da contesti diversi: in molti casi si tratta di persone provenienti da aree del mondo dove la malattia è più frequente, mentre in altri riguarda persone in cui l’infezione, contratta in passato senza sviluppare la malattia, si è riattivata.

“L’epidemiologia del nostro ospedale è in linea con quella nazionale e di gran parte dell’Europa occidentale”, spiega. “Spesso leggiamo titoli che gridano il ritorno della tubercolosi – prosegue – ma la vera notizia è che non è mai scomparsa. Inoltre, la tubercolosi può riattivarsi. E’ stimato che una persona su quattro nel mondo contragga un’infezione tubercolare asintomatica. In questi casi, il micobatterio può rimanere latente e ridiventare pericoloso quando si indeboliscono le difese dell’organismo, come per esempio negli anziani e nei pazienti trattati con terapie immunodepressive, come quelle chemioterapiche contro i tumori o biologiche per il controllo delle malattie reumatiche. Oggi questi pazienti vengono sottoposti tutti a test specifici per verifica la presenza di infezione tubercolare ed eventualmente a profilassi. Ogni anno, al “Sacro Cuore” effettuiamo circa 150 trattamenti profilattici. Prevenire lo sviluppo della malattia nelle persone con infezione tubercolare è fondamentale per impedire nuovi contagi. Ma dobbiamo essere più incisivi in questo senso allargando la platea delle persone in cui effettuare lo screening per infezione tubercolare, come per esempio i diabetici, e rafforzando gli interventi precoci nei contesti di maggiore vulnerabilità, come per esempio nei migranti da Paesi ad elevata incidenza. Come Ospedale collaboriamo con le strutture di accoglienza del territorio che supportano i richiedenti asilo.

La tubercolosi quindi non è la malattia dei migranti…

Assolutamente no. Potenzialmente possiamo tutti ammalarci se veniamo in contatto con il micobatterio della tubercolosi. Detto questo, ci sono fasce di popolazione più a rischio per la loro condizione socio-economica, spesso associata a precarietà abitativa, e per la presenza di barriere amministrative che complicano l’accesso ai servizi sanitari. Se a tutto questo si aggiungono la provenienza da un Paese ad alta incidenza di malattia e percorsi migratori complessi, i migranti diventano persone più a rischio rispetto ad altre. Anche se arrivano in salute nel nostro Paese, perché poi vivono in comunità, svolgono lavori duri e precari… pensiamo agli stagionali. Purtroppo lo stigma per quanto riguarda la tubercolosi fa fatica a morire, soprattutto nei contesti di maggiore vulnerabilità.

Lo scorso anno il Time lo ha inserito nella lista delle 100 persone più influenti al mondo dal punto di vista sanitario, grazie uno studio sulla tubercolosi resistente ai farmaci pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica New England Journal of Medicine.

L’antibiotico-resistenza è un problema globale per tutte le malattie infettive, ma lo è ancora di più per la tubercolosi perché richiede un trattamento costante e molto lungo, di almeno sei mesi e fino a due anni. Nell’Europa dell’Est l’aumento di forme di tubercolosi resistente ai farmaci è una vera emergenza, in particolare nelle repubbliche ex sovietiche, dove in passato i pazienti hanno avuto ampio accesso ai trattamenti di prima e seconda linea. Quando con la fine dell’URSS sono crollati anche i sistemi sanitari, questo accesso si è interrotto, favorendo così lo sviluppo di resistenza anche a più farmaci. Lo stesso accade in tutti i Paesi sconvolti da eventi – non da ultimo i conflitti e le migrazioni di massa – che complicano il lungo trattamento della tubercolosi. Il nostro gruppo, per esempio, sta partecipando a uno studio internazionale per migliorare il trattamento della tubercolosi multi-resistente in Niger.

In quali altri studi siete impegnati?

Stiamo contribuendo a un progetto di ricerca, pilotato dall’IRCCS San Raffaele di Milano, per identificare i nuovi test rapidi urinari fondamentali in Paesi a basso reddito e risorse limitate. Inoltre, siamo coinvolti in due studi clinici prospettici: il primo, di cui siamo coordinatori, sull’ottimizzazione della posologia di un farmaco di prima linea, come la rifampicina, e il secondo su pazienti trattati con farmaci antitubercolari di seconda linea, inclusi anche nuovi farmaci.

Globalmente si sta investendo in ricerca sulla tubercolosi?

Questo è un tasto dolente. Per ragioni politiche ed ideologiche stiamo assistendo a un grosso calo di investimenti per la diagnosi e per il trattamento della malattia soprattutto nei Paesi ad incidenza elevata come il Sudest asiatico e l’Africa che fino a poco tempo fa potevano contare sugli aiuti da parte di Stati Uniti ed Europa. Si stima che a causa dei tagli dei finanziamenti nei prossimi 10 anni ci potrebbero essere fino a 10 milioni di casi di tubercolosi in più nel mondo. Lo stesso sta accadendo per la ricerca: molti studi sono stati interrotti, alcuni dei quali avrebbero potuto migliorare concretamente l’attuale terapia che dura almeno 6 mesi e comporta effetti collaterali anche rilevanti. Poi ci sono i paradossi: anche in Europa abbiamo difficoltà di accesso ai farmaci.

In Europa?

Esiste un farmaco, la rifapentina, che permetterebbe di ridurre il trattamento da sei a quattro mesi per la tubercolosi attiva e da tre a un mese per l’infezione tubercolare. Questo antibiotico è stato registrato dalla FDA (Food and Drug Administration), l’autorità regolatoria americana per i farmaci, ma non da quella europea, l’EMA (European Medicines Agency). Non c’è nessuna motivazione clinica, semplicemente la casa farmaceutica non ha interesse economico a registrarlo in Europa. Il nostro Dipartimento, essendo anche un IRCCS, può importare questo farmaco dall’estero, con una procedura complessa e costosa. Immagino quali siamo le difficoltà dei centri minori. Poi ci sono carenze ricorrenti e frequenti dovute a una produzione europea insufficiente, perfino della rifampicina, il trattamento cardine della tubercolosi, che costringe l’acquisto in altri continenti. A questo si aggiunge la disponibilità ancora limitata di formulazioni pediatriche adeguate, che rende più complessa la gestione della tubercolosi nei bambini. Infine abbiamo il problema dei nuovi farmaci impiegati per i casi di multiresistenza. Qui il costo elevato: la bedaquilina, su cui ho fatto molto ricerche, comporta una spesa di circa 20mila euro per sei mesi, capace di mettere in difficoltà anche i centri europei.

(articolo a cura dell’Ufficio Stampa)


Il dottor Marcello Ceccaroni vincitore del Premio speciale "Un uomo per le donne"

Un riconoscimento speciale nell’ambito del Premio “Donne per le donne” promosso dalla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori – LILT di Roma e l’Associazione Professionisti d’Azienda Crisi d’Impresa-PACI. La motivazione: “Un alleato autentico delle donne, che mette la propria professionalità al servizio del rispetto, della Cura e della dignità della persona”.

“Un alleato autentico delle donne, che mette la propria professionalità al servizio del rispetto, della Cura e della dignità della persona”. Con queste parole il Comitato del Premio “Donne per le donne” ha conferito il riconoscimento speciale “Un uomo per le donne” al dottor Marcello Ceccaroni, direttore della Ginecologia e Ostetricia dell’IRCCS di Negrar.

Promosso dalla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori – LILT di Roma e l’Associazione Professionisti d’Azienda Crisi d’Impresa-PACI, il Premio “Donne per le donne” ha l’obiettivo di rendere merito a professioniste che, nei rispettivi ambiti, diffondono la cultura della cura e sostengono le situazioni di maggiore fragilità.

Una cultura della cura che il dottor Ceccaroni promuove da sempre in favore delle donne affette da endometriosi, una malattia per troppo tempo ignorata,  come è stata ignorata la sofferenza di coloro che ne sono colpite. “Per aver contribuito in modo decisivo alla salute e alla dignità delle donne, innovando il trattamento del dolore pelvico complesso e dell’endometriosi, dando impulso alla neuroginecologia e diffondendo approcci chirurgici “nerve sparing” che tutelano funzioni e qualità di vita – questa la motivazione completa  del Premio speciale – Per una visione della medicina che unisce rigore scientifico, competenza tecnica, responsabilità etica ed empatia, riportando al centro una sofferenza troppo a lungo invisibile e trasformando la cura in un metodo capace di restituire voce e dignità alle donne”.

La cerimonia di consegna è avvenuta lunedì 9 marzo a Roma, presso l’Avvocatura dello Stato. Le premiate della prima edizione sono: Ippolita di Majo, sceneggiatrice e curatrice di adattamenti teatrali, per aver valorizzato la scrittura delle donne attraverso una costante ricerca letteraria e drammaturgica; Anna Fendi, imprenditrice per la moda e la creatività, per aver messo esperienze e risorse maturate in ambito internazionale al servizio della rigenerazione urbana e culturale; Livia De Gennaro, magistrato di Cassazione, per l’affermazione dei valori della Cura e della protezione delle fragilità attraverso il diritto; Maria Pia Ammirati, direttore Rai Fiction, per aver valorizzato la figura femminile nella sua consapevolezza e resilienza, attraverso giornalismo, scrittura e produzione audiovisiva; Cinzia Niolu, psichiatra e ricercatrice dell’Università di Tor Vergata, per aver posto la ricerca sui disturbi mentali al servizio di un’etica civile attenta al disagio femminile.

(articolo a cura dell’Ufficio Stampa)


Reumatologo e medico di famiglia: la sinergia vincente per i pazienti con patologie reumatologiche

Sabato scorso si è tenuto il XIV seminario di Reumatologia in Valpolicella, organizzato dall’Unità Operativa Semplice di Reumatologia, di cui è responsabile il dottor Antonio Marchetta. Un’occasione preziosa di confronto tra diversi specialisti, ma soprattutto con i medici di medicina generale, che sono i primi interlocutori a cui si rivolge il paziente.

L’aumento esponenziale delle malattie reumatologiche nella popolazione a livello mondiale è realtà. In Italia ne soffrono oltre 5 milioni di persone, di queste 734.000 sono colpite dalle forme croniche: artrite reumatoide e spondiloartropatie.
Coloro che ne  sono colpiti sono spesso costretti ad abbandonare il lavoro e a dover affrontare disagi nella vita di relazione, con una sensibile riduzione della qualità della vita e costi sociali non indifferenti. Secondo l’Associazione Nazionale Malati Reumatici (ANMR) la spesa totale per le malattie reumatiche croniche nel nostro Paese supera i 4 miliardi di euro l’anno, di cui quasi la metà sono dovuti alla perdita di produttività per circa 287mila lavoratori malati.

La Reumatologia ha compiuto un cammino straordinario nell’ultimo ventennio che ha portato a conoscere molti aspetti della patogenesi e dell’evoluzione clinica di queste patologie. Di conseguenza è migliorata drasticamente la qualità dei trattamenti sempre più innovativi ed efficaci.

“Da qui l’importanza fondamentale di una diagnosi precoce per un approccio tempestivo e mirato. In questo percorso è imprescindibile e insostituibile un ruolo attivo del medico di medicina generale per il primo sospetto diagnostico e per indirizzare correttamente il paziente dallo specialista”, ha detto il dottor Marchetta. “E’ proprio dalla interazione e cooperazione di questi attori che può dipendere il destino dei pazienti reumatologici”.

L’obiettivo dei Seminari di Reumatologia in Valpolicella è proprio quello di coinvolgere attivamente anche il medico di medicina generale per la sua partecipazione diretta nei percorsi diagnostici e terapeutici

Durante il convegno si è parlato delle cosiddette “red flags” della psoriasi e dell’artropatia psoriasica, cioè i campanelli d’allarme per il medico di famiglia che possono ipotizzare l’insorgere di queste patologie. E’ stato fatto inoltre il punto sulla diagnosi e la terapia della sindrome di Sjogren, sulle novità terapeutiche per l’osteoporosi e illustrata l’esperienza del Servizio di Reumatologia dell’Irccs di Negrar riguardo i farmaci innovativi (farmaci biologici e piccole molecole). Inoltre si è approfondito il tema del legame tra reumatologia e malattie infettive emergenti, come il Parvovirus, il Chikungunya e il West Nile.

(articolo a cura dell’Ufficio Stampa)


La giungla e la savana entrano nelle stanze di Pediatria grazie agli Amatori Calcio di Pacengo

Le stanze di degenza della Pediatria hanno cambiato volto grazie alla generosità dell’Associazione Amatori Calcio di Pacengo: sulle pareti scene della ispirate a una natura incantata.

La natura ha avvolto la Pediatria dell’Ospedale di Negrar, mettendo radici in ogni stanza dei piccoli degenti e rendendole ambienti più accoglienti e rilassanti. A portarla due giovani pittori, Matteo Fasoli e Francesco Marchi, e la generosità dell’Associazione Amatori Calcio di Pacengo che ha sostenuto economicamente il progetto di affrescare le 10 camere con scene naturali ambientate da piante e animali dai tratti fiabeschi: dalla giungla con le scimmie alla savana con le giraffe, fino al Polo Nord con le foche.

Dietro a questa iniziativa, come dietro ad ogni iniziativa dell’associazione, una storia. Quella di Lorenzo Tessari colpito nel 2019 in tenerissima età da una rara malattia e guarito grazie al trapianto di cellule staminali del midollo osseo donate dalla sorellina Nina. I genitori Sara e Flavio durante il lungo e complesso percorso di cura hanno fatto una promessa: quando sarà tutto finito faremo una grande festa. Dal 2022 questa festa si è trasformata nell’appuntamento annuale “Amatori Inn Corsia” (il prossimo sarà… ), un evento che vede la partecipazione di migliaia di persone e il cui ricavato viene destinato sempre a progetti in favore di reparti pediatrici o di associazioni impegnate per il benessere dei bambini.

“Dalla sanità abbiamo ricevuto molto e con queste iniziative vogliamo esprimere tutta la nostra gratitudine”, hanno affermato i coniugi Tessari. “E soprattutto aiutare e donare un po’ di conforto ai bimbi ricoverati e alle loro famiglie.

“Ringrazio di cuore Sara e Flavio Tessari e tutti gli aderenti all’Associazione Calcio Club di Pacengo per questo colorato dono”, ha detto il dottor Paolo Bonetti, direttore della Pediatria dell’Irccs Sacro Cuore Don Calabria di Negrar. “La rappresentazione della natura con i suoi colori infonde un senso di tranquillità e meraviglia ai bambini ricoverati, Anche gli studi scientifici dimostrano che la realizzazione di ambienti accoglienti e colorati negli ospedali pediatrici migliora il benessere psicologico sia dei bambini che delle loro famiglie e rende la degenza meno traumatica, favorendo la guarigione”.

L’Associazione di Pacengo non è la prima volta che manifesta attenzione verso la Pediatria di Negrar: lo scorso anno ha donato un visore di realtà aumentata per aiutare i piccoli pazienti nei momenti più critici, come un prelievo o il posizionamento di un accesso venoso.

(articolo a cura dell’Ufficio Stampa)


Alla dottoressa Invento il premio "Teuteria Mazzi 2026" per l'innovazione e la sensibilità nella Chirurgia senologica

Alla dottoressa Alessandra Invento, direttrice della Chirurgia senologica, il premio “Teuteria Mazzi 2026” nell’Area di Merito “Scienza e Innovazione”. La motivazione: “Per l’altissima professionalità e la profonda sensibilità dimostrate nel campo della Chirurgia senologica”

“Per l’altissima professionalità e la profonda sensibilità dimostrate nel campo della Chirurgia senologica”. Con questa motivazione è stato conferito alla dottoressa Alessandra Invento, direttrice della Chirurgia senologica dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria, il premio “Teuteria Mazzi 2026”.

Da sinistra Mariagrazia Ferrari, Elda Baggio, Alessandra Invento e Alessandra Zamuner.

Istituito da MyPlanet2050 e dalla Nobile Compagnia della Buona Tavola, è dedicato alle donne che si sono distinte nel sociale, nel volontariato, nella medicina, nell’innovazione e nell’imprenditoria femminile in ricordo di Teuteria Mazzi, che ha dedicato la vita per i bambini poveri o senza famiglia. Subito dopo la guerra fino alla fine degli anni Cinquanta, Teuteria ha trasformato la sua casa di Pazzon, in provincia di Verona, in un approdo sicuro per i minori meno fortunati, influendo la vita di centinaia di persone che la ricordano ancora con gratitudine.

La cerimonia di premiazione è avvenuta domenica 8 marzo in occasione della Giornata internazionale dei diritti della donna al Circolo Unificato dell’Esercito di Castelvecchio, a Verona. A consegnare il premio alla dottoressa Invento, il sindaco di Negrar, Fausto Rossignoli (nella foto) che ha letto la motivazione completa: “Alessandra utilizza la maestria dei bisturi per difendere la vita e ricostruire l’armonia del corpo e dello spirito delle donne. Il suo operato incarna perfettamente il connubio tra innovazione tecnologica e umanizzazione della medicina, rendendola degna erede di quella tradizione di ‘cura dell’altro’ che ha reso grande la nostra umanità”.

Con la dottoressa Invento sono state premiate altre tre donne che si sono distinte in vari campi: Mariagrazia Ferrari, fondatrice di Alzheimer Verona, per l’impegno nella tutela della memoria e delle persone fragili; Elda Baggio, chirurga e vicepresidente di Medici senza Frontiere, sede di Verona, per l’attività umanitaria nelle aree più difficili del mondo; Alessandra Zamuner, imprenditrice vitivinicola, premiata per la capacità di innovare nel rispetto dell’identità del territorio.

(articolo a cura dell’Ufficio Stampa)


L’obesità è una malattia: no alle diete "fai da te". Per combatterla servono trattamenti specialistici

In occasione del World Obesity Day il team di specialisti per il trattamento dell’obesità dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore ha presentato i percorsi medico-chirurgici per la cura di una vera e propria patologia cronica, progressiva  e recidivante. Come tale richiede trattamenti specialistici e personalizzati supportati da medici internisti, psicologi, dietitisti e chirurghi bariatrici. Hanno portato la loro testimonianza alcuni pazienti tra cui Anita, che grazie all’intervento chirurgico ha preso in mano di nuovo la sua vita.

I dati sono allarmanti: secondo le proiezioni dell’OMS nel 2035 la metà della popolazione del mondo – 4 miliardi di persone – sarà in sovrappeso o obesa. In Italia un adulto su 10 è obeso e 1 bambino su 3 è affetto da obesità o da grave sovrappeso, quindi destinato a diventare un adulto malato. Una vera e propria emergenza riguardo a una malattia cronica, progressiva e recidivante come è stata definita lo scorso ottobre, per la prima volta al mondo, dal Parlamento italiano, aderendo a ciò che da tempo sostiene la comunità scientifica internazionale. Una patologia complessa che quindi necessita di trattamenti specialistici adeguati a ogni persona, come è stato sottolineato nel corso dell’iniziativa organizzata dall’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar in occasione della Giornata dell’obesità che ricorre in tutto il mondo il 4 marzo.

Tra la fascia oraria mattutina e pomeridiana, circa ottanta persone hanno partecipato all’incontro al Centro diagnostico terapeutico di via San Marco 121, durante il quale il team di specialisti dell’Ospedale di Negrar ha presentato i percorsi medico-chirurgici per il trattamento dell’obesità, Successivamente i singoli specialisti si sono resi disponibili per colloqui individuali: un primo passo finalizzato alla definizione di un percorso personalizzato per ogni paziente.

Il team per il trattamento dell’obesità: da sinistra Marco Di Dio Perna (medico internista), Eleonora Geccherle (psicologa), Irene Gentile (chirurgo bariatrico), Leonardo Gerard (chirurgo), Chiara Guerra (medico internista), Alessandra Misso (dietista) e Irene Bianconi (dietista)

A dare la propria testimonianza sono intervenuti quattro pazienti, tra cui Anita, 53 anni: due anni fa pesava 135 chili, ora è una persona completamente diversa, con 70 chili in meno e la gioia di vivere negli occhi. “A causa del peso in eccesso stavo male, i miei problemi di salute già esistenti si erano aggravati e a questi se ne erano aggiunti altri. Grazie a un medico ho abbandonato le tante diete ‘fai da te’ e ho preso la decisione di affidarmi agli specialisti del “Sacro Cuore Don Calabria” che mi hanno accompagnato fino all’intervento chirurgico e sono ancora il mio punto di riferimento. Oggi sto bene, sono stabile con il peso, alcune mie patologie sono regredite, altre addirittura sparite. Ho imparato che il cibo non è un nemico, ma un alleato che bisogna gestire bene”.

“Il riconoscimento per legge dell’obesità come malattia rappresenta un passaggio storico, prima di tutto culturale”, afferma la dottoressa Irene Gentile, chirurgo bariatrico della Chirurgia generale, diretta dal dottor Giacomo Ruffo, e componente del team per il trattamento dell’obesità dell’IRCCS di Negrar. “Per troppo tempo l’obesità è stata considerata un problema estetico e la conseguenza di scelte individuali, quando invece è una patologia dovuta a più fattori: genetici, biologici, ambientali e sociali. E non dimentichiamo che a sua volta l’obesità aumenta il rischio di altre gravi patologie come quelle cardiovascolari, tumorali, respiratorie, diabete…”.

Proprio per complessità della malattia, al “Sacro Cuore Don Calabria” il paziente viene preso in carico da un’équipe di specialisti: medici di medicina generale, dietisti, psicologi e chirurghi bariatrici. “Un approccio multidisciplinare permette di scegliere il trattamento giusto per ogni persona – prosegue la dottoressa -. Interventi sullo stile di vita, farmaci e chirurgia non sono alternative in competizione, ma strumenti diversi, e integrati, in uno stesso percorso di cura”. E in particolare i farmaci anti-obesità – spesso presentati, a torto, come una sorta di pozione magica per ritornare in forma – “sono indicati per persone con obesità o con sovrappeso associato a complicanze, quando le modifiche dello stile di vita da sole non sono sufficienti – sottolinea Gentile – La scelta va sempre personalizzata e vagliata da specialisti”.

(articolo a cura dell’Ufficio Stampa)