I desideri degli ospiti delle nostre case di riposo esauditi da "I nipoti di Babbo Natale"

Le case di riposo della Cittadella della Carità hanno aderito al progetto “I nipoti di Babbo Natale” dell’Associazione “Un sorriso in più”: grazie a questa iniziativa 20 ospiti hanno visto realizzare da perfetti sconosciuti i loro desideri. Emozione e gratificazione, soprattutto da parte dei più soli. Dietro la richiesta di qualche oggetto, tante storie e soprattutto il desiderio di un incontro. 

“Caro Nipote di Babbo Natale, mi piace molto tenere in ordine le mie cose e scrivere per non dimenticare nulla. Sono una persona curiosa e mi piace ascoltare quello che le persone hanno da raccontare…. ma anche io ho molto da raccontare! Amo la storia e la geografia… Se avessi voglia anche di fare una chiacchierata con me, non lo dimenticherò!” (Francesco, 82 anni).

Partiamo dalla cosa semplice: un berrettino invernale! Sono allergica alla lana e faccio sempre fatica a trovare qualcosa di adatto alla mia pelle. Sarei contenta di averlo per passeggiare e uscire con il mio amico A. Sono anche una persona che ama i quadri: in camera vorrei tanto avere un quadro raffigurante una Madonna con Gesù Bambino. Non una cosa preziosa, vorrei una cosa tenera, che mi ricordi ogni giorno che siamo amati, nonostante tutto. (Marisa, 72 anni).

Mi piace molto tenere curate le mie mani e mettere lo smalto! Per Natale mi piacerebbe ricevere un set per la manicure (così l’operatrice che mi aiuta farà meno fatica) e qualche smalto colorato! Ti ringrazio di cuore e ti auguro buone e serene feste. (Maria Rosa, Nini, 85 anni).

 “La mia mamma ha sempre desiderato una pelliccia – finta eh – e una collana da mettere nei giorni di festa. Eravamo poveri e non ha mai potuto permettersi tutto questo. Potessi tornare indietro gliele regalerei io queste cose per vederla felice. Questi oggetti mi farebbero pensare tanto a lei che non ha mai avuto nulla per sé”. (Elda, 93 anni).

Sono solo quattro dei 20 desideri espressi, ed esauditi, da altrettanti ospiti delle strutture socio-sanitarie della Cittadella della Carità (Casa Nogarè, Casa Perez, Casa Clero) grazie al progetto “I nipoti di Babbo Natale”. Si tratta di un’iniziativa dell’associazione “Un sorriso in più”, con sede a Como, che, come scrive sulle sue pagine web, dal 2004 porta “benessere, gioia e serenità alle persone più soleanziani in casa di riposo, in ospedale e a domicilio; bambini e ragazzi ospiti di comunità educative del territorio. Un lavoro quotidiano, fatto di relazione e di attenzione, di altruismo e di calore umano, di passioni condivise” (www.unsorrisoinpiu.it).

Diventare nipoti di Babbo Natale è “un’impresa” alla portata di tutti. Basta andare all’indirizzo web www.nipotidibabbonatale.it, scegliere uno o più desideri proposti, e approvati dagli organizzatori, da parte delle strutture che hanno aderito al progetto. Accanto all’oggetto del desiderio anche una breve storia di chi lo esprime e del perché chiede che sia realizzato. Oltre al range di spesa per esaudirlo. La struttura ha poi il compito di contattare il “nipote” per concordare la consegna

“Abbiamo aderito al progetto ‘I nipoti di Babbo Natale’ perché alla base c’è l’idea di creare una relazione, non semplicemente quella di fare beneficienza attraverso l’acquisto di un regalo”, spiega Martina Brigo, dirigente dei Servizi socio-sanitari della Cittadella della Carità. “Il ‘nipote’, che possiamo essere ciascuno di noi, sceglie il desiderio in base anche alla breve storia della persona che lo avanza ed ha anche la possibilità di consegnarlo personalmente”. Un semplice regalo si trasforma così nel dono reciproco: per gli anziani, soprattutto per i più soli, la gratificazione per il fatto che qualcuno ha pensato a loro; per il “nipote” la gioia di riscoprire il vero significato del Natale.

Una relazione che diventa presenza. Molti dei “nipoti” hanno voluto consegnare personalmente il dono, altri hanno potuto assaporare il momento tramite video e foto. “E’ stato molto emozionante – racconta la dottoressa Brigo – Soprattutto quando gli anziani si sono resi conto che il loro desiderio era stato esaudito veramente da persone che non conoscevano. Iones Maria, una signora di 91 anni, aveva chiesto una pashmina di un “bell’azzurro cielo”. La indossa sempre e ogni volta che si avvicina qualcuno racconta con entusiasmo di come ha ricevuto quel prezioso dono”.

Difficile non immaginare che il “suo” nipote di Babbo Natale non sia stato conquistato dal motivo per cui Iones Maria ha chiesto proprio una sciarpa: “Nella mia vita sono stata sempre molto sola, per questo desidererei una morbida pashmina di cotone, da poter indossare sempre, che mi tenga calda e coccolata quando sono un po’ triste. Mi piacerebbe di un bell’azzurro cielo…. Ti ringrazio di cuore, e sono certa che penserò anche a te in questo caldo abbraccio e nelle mie preghiere”.


2025: un anno di eventi e passione al "Sacro Cuore" raccontato in un video

Il 2025 è stato un anno speciale per la nostra Cittadella della Carità, grazie all’impegno di tantissime persone. Come ormai da tradizione, con il video qui sotto ricordiamo alcuni momenti significativi, cogliendo l’occasione per ringraziare tutti i collaboratori che hanno reso possibili questi risultati attraverso il lavoro fatto ogni giorno con passione e spesso nel silenzio. E auguriamo a tutti un sereno 2026!


I tre regali del Casante per il Natale della Famiglia Calabriana

Nel suo messaggio natalizio, quest’anno il Casante don Massimliano Parrella fa un regalo speciale a tutti coloro che sono parte della grande famiglia dell’Opera Don Calabria. Si tratta di tre parole: disarmo, esposizione e gioia. Parole che, come spiega padre Massimiliano, possono aiutare a vivere un periodo natalizio all’insegna del Vangelo nel solco di San Giovanni Calabria. Ci uniamo al messaggio del Casante, visibile nel video qui sotto, e porgiamo i più sinceri auguri di un Santo Natale a tutti i collaboratori della Cittadella della Carità, ai pazienti e alle loro famiglie.


IRCCS di Negrar e IZSVe insieme per sviluppare progetti "One Health" in sanità pubblica

Nelle scorse settimane si è svolto presso l’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria il workshop “Building the One Health: From Ideas to Projects”, un’iniziativa per  rafforzare la collaborazione tra l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) e l’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico per le malattie infettive e tropicali di Negrar finalizzata a progetti di “One Health”, un approccio sempre più centrale nella prevenzione e nel controllo delle malattie infettive, che riconosce l’interconnessione indissolubile tra salute degli esseri umani, degli animali (domestici e selvatici), delle piante e dell’ambiente.

Nelle scorse settimane si è svolto presso l’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria il workshop “Building the One Health: From Ideas to Projects”, un’iniziativa dedicata a rafforzare la collaborazione tra l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) e l’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico per le malattie infettive e tropicali di Negrar nell’ambito della salute umana, animale e ambientale.

L’incontro ha riunito ricercatori e professionisti dei due Istituti per condividere competenze, confrontarsi su sfide comuni e sviluppare idee progettuali congiunte in un’ottica “One Health”, un approccio sempre più centrale nella prevenzione e nel controllo delle malattie infettive, che riconosce l’interconnessione indissolubile tra salute degli esseri umani, degli animali (domestici e selvatici), delle piante e dell’ambiente.

I temi al centro del workshop

I partecipanti hanno lavorato in gruppi tematici dedicati a sei aree di interesse comune:

  • Antimicrobico resistenza
  • Zoonosi neglette (rabbia, lyssavirus, hantavirus)
  • Parassiti zoonotici
  • Virus respiratori
  • Malattie trasmesse da zecche
  • Arbovirus trasmessi da zanzare e flebotomi

Ogni tavolo ha analizzato lo stato dell’arte delle attività in corso, identificato competenze complementari e individuato opportunità di collaborazione.

Dalla condivisione alla progettazione

La prima giornata è stata dedicata alla presentazione delle linee di ricerca e alla mappatura delle sinergie tra i due istituti.  Mentre nella seconda i gruppi hanno lavorato alla definizione di possibili microprogetti congiunti, delineando obiettivi, attività e risultati attesi da sviluppare in futuro. Questa attività ha permesso di trasformare le idee emerse dal confronto in proposte concrete, con l’obiettivo di avviare percorsi di collaborazione strutturati e continuativi.

All’iniziativa hanno preso parte numerosi ricercatori e professionisti dell’IZSVe e dell’IRCCS Sacro Cuore, rappresentativi delle diverse aree di competenza coinvolte nei temi One Health. La partecipazione ampia e interdisciplinare ha contribuito a rendere il workshop un momento di confronto ricco e costruttivo, facilitato dallo staff dell’Ufficio Ricerca e Cooperazione dell’IZSVe.


L'Hospice don Pedrollo: non solo farmaci, ma anche musicoterapia e la presenza, in visita, degli animali di famiglia

L’Hospice “Don Luigi Pedrollo” in cinque mesi ha accolto 84 pazienti con malattia oncologica terminale o scompensi d’organo irreversibili. Accanto alle cure convenzionali, l’équipe del dottor Roberto Magarotto ha introdotto quelle complementari come la musicoterapia e la visita degli animali da affezione. Nel 2026 sarà realizzato un laboratorio di arteterapia e sarà introdotta la pratica del “caring massage”.

Una sorta di “condominio” formato da dieci appartamenti indipendenti dove essere a casa. Davanti un prato verde costellato di ulivi, tanto che a guardarli non puoi fare a meno di pensare alla strofa di una celeberrima canzone di Roberto Vecchioni: “La vita è così grande che quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo, convinto di vederlo ancora fiorire”

E’ l’Hospice “Don Luigi Pedrollo” della Cittadella della Carità, situato nella stessa area dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar. Da luglio di quest’anno ha accolto 84 ospiti, gran parte persone con malattia oncologica terminale, ma anche con scompensi d’organo irreversibili. Insieme a loro i familiari che vogliono “abitare” con il loro caro, disponendo ogni paziente di un monolocale con tanto di angolo cottura. 

Dr. Roberto Magarotto

“Gli obiettivi primari dell’Hospice sono il controllo del dolore e delle difficoltà respiratorie, il supporto nutrizionale e psicologico”, spiega il dottor Roberto Magarotto, responsabile clinico della struttura.Accanto alle terapie mediche, cosiddette convenzionali, nel nostro piano di assistenza sono comprese le terapie complementari”.

Musicoterapia: l’armonia che “cura”

La prima introdotta è la musicoterapia, anche grazie al supporto economico de “Il Sorriso di Beatrice”, l’associazione veronese di volontariato dedicata al sostegno delle persone affette da tumore e delle attività svolte in loro favore. “Esistono ormai numerosi studi scientifici che dimostrano l’influenza positiva della musica sul paziente: l’armonia musicale riduce la frequenza cardiaca e quella del respiro e diminuisce la percezione del dolore, rendendo possibile in alcuni casi un minore intervento farmacologico”, sottolinea Magarotto.

Una volta alla settimana la musicista Lorenza Pollini, specializzata in musicoterapia, incontra individualmente i pazienti, e i loro parenti, che lo desiderano. La dottoressa Pollini, diplomata in arpa, vincitrice di concorsi internazionali, dopo aver insegnato ai Conservatori di Castelfranco Veneto e di Brescia, ha assunto la cattedra del Conservatorio della Svizzera Italiana a Lugano.

“Durante questi incontri Pollini suona l’arpa collegata ad altri strumenti che possono suonare gli ospiti. A volte vengono intonati dei canti, magari suggeriti dai parenti perché particolarmente cari ai pazienti”, spiega il medico oncologo specializzato in cure palliative. “Non si tratta di incontri fine a sé stessi, ma sono seguiti da un confronto con la musicista sull’apportato che la seduta dà al paziente”.

Cani e gatti in visita ai loro padroni

Oltre alla musicoterapia recentemente è stato concessa la visita degli animali di affezione degli ospiti, cani e gatti. “Non si tratta di pet therapy propriamente detta – specifica Magarotto – Ma la presenza in stanza del proprio animale, anche per poche ore, è una grande fonte di benessere psicologico e caratterizza ancora di più in senso familiare l’ambiente in cui l’ospite si trova a vivere”.

In programma un laboratorio di arteterapia

Il 2026 è alle porte e anche gli ulteriori progetti che lo staff dell’Hospice intendono realizzare con il nuovo anno, nell’ambito delle terapie complementari.  “Vorremmo creare un laboratorio di arteterapia – anticipa il medico -. Per questa realizzazione abbiamo già ricevuto delle donazioni. L’arteterapia – prosegue –  è uno strumento attraverso il quale il paziente esprime le proprie emozioni, i propri stati d’animo che non riesce a verbalizzate, riduce lo stress e l’ansia e aumenta l’autostima. Inoltre è un modo attraverso il quale il paziente può lasciare un ricordo ai propri cari, come è già successo con la musicoterapia, nell’ambito della quale alcuni ospiti già esperti di musica hanno scritto dei brani”.

… e le sedute di “caring massage”
Barbara Murari

Oltre all’arte terapia sarà introdotto anche il “caring massage”, una terapia complementare che si basa sul contatto. A praticarlo la psicologa Sara Poli e la coordinatrice infermieristica dell’Hospice, Barbara Murari: entrambe hanno frequentato il corso di formazione alla Scuola di Caring Massage di Torino con sede anche a Verona.“Non si tratta di una tecnica di fisioterapia – precisa Murari – ma di con-tatto curativo il cui cardine è la relazione di cura espressa con tocchi consapevoli e leggeri. L’intento non è limitato solo alla riduzione dell’ansia e dello stress nel paziente, ma anche quello di aiutarlo a recuperare la percezione del proprio corpo al di là della sofferenza della malattia. Il contatto con l’altro, inoltre, allevia la percezione di solitudine che inevitabilmente colpisce le persone di fronte a un percorso di fine vita e, viceversa, rafforza quel legame di solidarietà umana di cui tutti abbiamo bisogno”

Solidarietà e un senso di famiglia che i parenti e gli amici dei pazienti testimoniano di avere respirato durante la loro permanenza in Hospice. “Molti ci dicono che non avrebbero mai immaginato che un’esperienza come quella di accompagnare il proprio caro nell’ultimo tratto di vita potesse lasciare tanta serenità nonostante il dolore della perdita. Attestazioni di questo tipo ci danno la forza di mantenere passione e impegno quotidiani   – conclude il dottor Magarotto – è quello che volevamo e siamo riusciti a realizzare”.


Chirurgia mini-invasiva, microbioma e DNA circolante: il futuro dei trattamenti del tumore colorettale

Nei giorni scorsi si è tenuta la settima edizione del congresso chirurgico organizzato dalla Chirurgia generale dell’IRCCS di Negrar. Sotto i riflettori non solo la chirurgia sempre meno invasiva, ma il complesso dei trattamenti per la cura del tumore del colon-retto, tra cui l’analisi del microbioma per diagnosi sempre più precoci e il DNA Circolante, rilevabile con un solo prelievo di sangue

Il tumore del colon-retto è la seconda neoplasia più diffusa in Italia dopo quella alla mammella e al polmone, con quasi 50mila nuovi casi all’anno. La chirurgia – sempre meno invasiva grazie anche alla robotica – rimane il gold standard terapeutico, ma inserita in un percorso multidisciplinare finalizzato a trattamenti sempre più personalizzati per i pazienti.

Non a caso la settima edizione del congresso annuale di Chirurgia sul colon-retto, che si è tenuta venerdì 12 dicembre a Palazzo Verità Poeta, ha trattato solo in parte l’evoluzione tecnologica applicata alla chirurgia, puntando i riflettori sulle novità inerenti al complesso dei trattamenti del cancro colo-rettale: dalla diagnosi precoce alla terapia fino al follow up della malattia.

Il simposio è stato organizzato dal dottor Giacomo Ruffo e dalla dottoressa Elisa Bertocchi, rispettivamente direttore e chirurgo colo-rettale della Chirurgia Generale dell’IRCCS di Negrar, in collaborazione il professor Corrado Pedrazzani, docente presso l’Università di Trento e direttore di Chirurgia Generale dell’APSS di Trento.  Davanti a una platea di oltre un centinaio di convegnisti si sono susseguiti, come relatori, una ventina tra i maggiori esperti nazionali ed internazionali, che hanno tracciato il quadro futuro sulla cura di una patologia responsabile ancora di oltre 22mila decessi all’anno.

“La chirurgia è sempre più orientata alla minor invasività e alla preservazione d’organo, finalizzata a garantire risultati oncologici ottimali, coniugati alla migliore qualità di vita del paziente, anche, grazie alla robotica, nel caso di malattia avanzata”, spiega il dottor Ruffo. “L’obiettivo è quello di costruire percorsi di cura sempre più personalizzati ed efficaci attraverso un approccio multidisciplinare al paziente. Fondamentale a questo scopo è il ruolo delle nuove tecnologie di biologia molecolare, sia in fase diagnostica sia per predire la risposta alle terapie”.

Ma la biologia molecolare non è la sola arma a disposizione dei clinici per tracciare “la carta di identità genetica” del tumore, da cui non si può prescindere per stabilire il percorso di cura.

Infatti in un futuro non molto lontano la colonscopia non sarà più l’esame di screening, seppur di secondo livello, per la diagnosi precoce del tumore del colon retto, ma avrà indicazione solo nel caso in cui la presenza accertata del tumore richiede di procedere con la biopsia, evitando così procedure invasive inutili. “Attraverso un semplice campione di feci potremo avere informazioni sul rischio di contrarre il cancro e  sull’eventuale sede anatomica della neoplasia” afferma la dottoressa Bertocchi. “Questo grazie al microbioma intestinale, cioè l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro intestino (virus, batteri e funghi) e alla totalità del loro patrimonio genetico”.

Da sx: dr. Felice Borghi, dr. Marco Catarci, dr. Ulf Gustaffson, dr.ssa Elisa Bertocchi, dr. Giacomo Ruffo

Durante il congresso si è discusso inoltre sul ruolo emergente del “DNA circolante”, rilevabile con un semplice prelievo di sangue. “Tutte le cellule, comprese quelle tumorali, a seguito del normale processo di rinnovamento cellulare liberano frammenti di DNA – spiega la dottoressa Bertocchi -. Oggi il “DNA circolante” viene utilizzato dagli oncologici per il monitoraggio della terapia, ma potrebbe diventare una metodologia diagnostica del tutto non invasiva”

“Nei prossimi anni assisteremo a importanti miglioramenti nella cura del tumore del colon-retto. Questo grazie a diagnosi sempre più precoci, rese possibili dall’analisi del microbioma nelle feci; più precise, con analisi genetiche avanzate per “conoscere” meglio il tumore. Inoltre attraverso l’analisi del DNA circolante nel sangue per seguire nel tempo l’efficacia delle terapie”, ha sottolineato il professor Pedrazzani, evidenziando inoltre come “la diffusione della chirurgia robotica stia migliorando in modo significativo gli esiti degli interventi, permettendo una ripresa più rapida e un ritorno più veloce alla vita quotidiana.”Fine modulo

L’incontro scientifico ha visto la presenza come relatore del prof. Ulf Gustafsson, presidente di ERAS Society, la società scientifica internazionale che certifica le strutture ospedaliere che applicano protocollo ERAS, la buona pratica chirurgica finalizzata al miglior recupero dopo l’intervento. Il “Sacro Cuore Don Calabria” è primo in Italia ad aver ottenuto la certificazione di centro formatore ERAS per la chirurgia colon-rettale e la chirurgia bariatrica. 

Tra gli obiettivi del protocollo anche quello di prevenire le complicanze post operatorie. Un valido aiuto, secondo il prof. Gustafsson, può arrivare dall’intelligenza artificiale e dai sistemi di machine learning, potenzialmente in grado di predire il rischio di complicanze e supportare il chirurgo nella scelta del tipo di intervento più adatto ad ogni paziente oltre che nella gestione clinica dei pazienti nei primi giorni dopo l’operazione.

 


All’IRCCS di Negrar primi tre interventi in Italia con il Da Vinci5: il robot chirurgico “tattile”:

Hanno avuto successo i primi tre interventi eseguiti nel nostro Paese, con il nuovo Robot Da Vinci 5 all’IRCCS di Negrar, in tre diverse specialità chirurgiche: ginecologica, urologica e colorettale. Grazie a questa evoluzione del sistema, il chirurgo potrà “sentire” la tensione e la pressione sui tessuti durante l’intervento, come se il braccio del robot diventasse un tutt’uno con il proprio. Ciò permette di calibrare la forza di azione con estrema precisione, riducendo il rischio di danni ai tessuti delicati, le complicanze e la perdita di sangue, con risultati clinici migliori e tempi di degenza ridotti.

Stanno bene e sono già tornati a casa, i primi tre pazienti operati in Italia all’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona), con il rivoluzionario sistema di chirurgia robotica Da Vinci 5. È il primo robot “tattile” capace di riprodurre la sensibilità umana come mai prima, destinato a trasformare la pratica chirurgica negli ospedali di tutto il mondo. I primi tre complessi interventi chirurgici sono stati eseguiti in tre diverse specialità, urologica, ginecologica e colorettale.

Il primo intervento, di isterectomia radicale per endometriosi severa, è stato effettuato dall’équipe guidata da Marcello Ceccaroni, direttore dell’Unità Operativa Complessa (UOC) di Ginecologia e Ostetricia. Il secondo, di prostatectomia radicale per tumore della prostata,  da Stefano Cavalleri, direttore dell’UOC di Urologia e da Vincenzo De Marco responsabile dell’Urologia robotica. Il terzo intervento riguarda, invece, un paziente con tumore al colon sottoposto a emicolectomia, cioè alla rimozione di una porzione del colon, dall’équipe coordinata da Giacomo Ruffo, direttore dell’UOC di Chirurgia Generale.

L’AD Claudio Cracco

“Ampliando la nostra flotta robotica con l’arrivo del Robot Da Vinci 5, l’IRCCS di Negrar apre una nuova era e segna tre primati: è il primo in Italia ad acquisire questa nuova piattaforma, il primo a utilizzarla e l’unico a essere dotato di un sistema di chirurgia full robotic, che include già il Robot Da Vinci Xi, operativo nelle nostre chirurgie dal 2014, il Robot Da Vinci single-port e il robot diagnostico ION, con 600 interventi eseguiti solo nel 2025 – commenta Claudio Cracco, amministratore delegato del “Sacro Cuore Don Calabria” -. L’adozione della nuova tecnologia, che contribuisce a rendere la chirurgia più efficiente, precisa e sicura, dimostra il nostro impegno a rimanere all’avanguardia nel processo tecnologico per offrire ai pazienti il miglior standard di cura possibile”.

 

 

“Il cuore della rivoluzione introdotta dal Da Vinci 5 è il suo “tocco sensibile”. Questa tecnologia, denominata Force Feedback, è una vera svolta nella

Dr. Stefano Cavalleri

chirurgia robotica – spiega il dottor Cavalleri-. Grazie a un sistema di sensori posizionati vicino alle punte degli strumenti, il robot misura in tempo reale la trazione e le forze direzionali esercitate, così il chirurgo, seduto alla consolle, torna a “sentire” i tessuti che tratta, come se il braccio del robot fosse un unicum con il proprio”.

Dr. Marcello Ceccaroni

“Ciò gli permette di calibrare la forza di azione, consentendogli di procedere con una chirurgia “dolce” sui tessuti che vengono inevitabilmente stressati durante l’intervento, riducendo il rischio di complicanze e perdita di sangue, con esiti clinici migliori e tempi di degenza ridotti – aggiunge il dottor Ceccaroni -. Questa straordinaria evoluzione tecnologica crea una sorta di unisono tra il chirurgo e il robot che permette una ripresa più rapida dopo una chirurgia radicale, senza che il “fattore umano” venga mai perduto. Ed è proprio questo elemento che, unito alla tecnologia, fa una grande differenza nella cura dei nostri pazienti”.

Dr. Vincenzo De Marco

“Il Da Vinci 5 è stato progettato per raggiungere un livello di precisione e sicurezza ancora maggiori, grazie alla strumentazione con Force Feedback –  sottolinea il dottor De Marco -. Sarà come operare con le proprie mani, ma con una visione magnificata e un controllo assoluto. Il nuovo sistema ha una potenza di calcolo 10mila volte superiore ed è predisposto per programmi di intelligenza artificiale finalizzati a fornire un’analisi dettagliata di ogni procedura, aiutando il chirurgo a migliorare le proprie prestazioni a beneficio del paziente”.

“Anche la visione tridimensionale è potenziata di 4 volte, permettendo al chirurgo di vedere le strutture anatomiche sensibili, di cui deve avere estrema cura nei movimenti chirurgici, con una precisione e accuratezza senza precedenti – aggiunge il dottor Ruffo -. Si tratta di una tecnologia che facilita il lavoro del chirurgo e lo rende più sicuro. Il robot Da Vinci 5 è la realizzazione dell’evoluzione che auspicavamo nella chirurgia robotica e un vero valore aggiunto rispetto alla chirurgia laparoscopica che con i robot precedenti non avevamo”.

Dr. Giacomo Ruffo

Il nuovo robot si aggiunge a una dotazione robotica di avanguardia dell’IRCCS di Negrar, che comprende, anche il Robot Da Vinci Single-port e il robot diagnostico ION. “Il robot da Vinci Single-port è uno strumento dalle eccezionali potenzialità e consente una minore invasività. Infatti l’intervento avviene con sola micro-incisione, rispetto alle 5-6 di altre piattaforme, attraverso la quale vengono inseriti strumenti altamente performanti che consentono un gesto chirurgico più preciso di quello della mano dell’operatore – prosegue il dottor Ruffo -. Grazie a questa tecnologia per i tumori del retto, per esempio, è possibile effettuare interventi oncologici radicali garantendo al paziente una buona qualità di vita”.

Dr. Diego Gavezzoli

ION è invece un broncoscopio roboticoprecisa il dottor Diego Gavezzoli, direttore della Chirurgia Toracica –. È fondamentale per l’individuazione di noduli polmonari, in quanto consente di diagnosticare precocemente e con maggior certezza anche il 30% di quelle lesioni che non possono essere raggiunte con le tecniche tradizionali di biopsia, perché troppo piccole o situate in posizioni sfavorevoli, evitando così una perdita di tempo prezioso nel caso di neoplasie, con la ripetizione di numerosi esami radiologici “

 

“Il Robot Da Vinci 5 rappresenta un’evoluzione tecnologica destinata a trasformare la pratica chirurgica negli ospedali di tutto il mondo. Con le sue innovazioni e la sua versatilità, il sistema migliorerà i risultati clinici e l’efficienza operativa, supportando il chirurgo in ogni fase dell’intervento”, conclude Cracco.


Benedetta la statua della Madonna di Lourdes nel ricordo di Giacomo

La statua in tufo si trova nel giardino davanti all’ingresso dell’Hospice Don Luigi Pedrollo, circondata da fiori e alberi di ulivo. E’ stata donata dai familiari di Giacomo Antonio Cacciapuoti in segno di gratitudine per gli operatori della Cittadella della Carità che si sono presi cura di lui durante gli ultimi mesi prima della sua partenza da questa vita.

Con una cerimonia semplice e toccante, stamattina è stata benedetta la statua raffigurante la Madonna di Lourdes, collocata nel giardino dell’Hospice Don Luigi Pedrollo. Si tratta di una scultura in tufo donata dai familiari in ricordo di Giacomo Antonio Cacciapuoti, che ha percorso l’ultimo tratto della sua vita come paziente dell’Hospice.

Alla cerimonia erano presenti la moglie Samantha, i genitori Silvia e Antonio e il fratello Alessandro. Per l’ospedale c’erano la direzione al completo, il responsabile dell’Hospice dottor Roberto Magarotto e numerosi collaboratori. Nel suo commovente saluto, la mamma di Giacomo ha spiegato le ragioni di questo gesto: “Doniamo questa statua per onorare chi lavora all’Hospice, dove nostro figlio è stato accolto con amore nei mesi che hanno preceduto la sua partenza. Era stata fatta scolpire molti anni fa come voto verso la Madre Santissima ed ora torna ad essere un dono di ringraziamento per l’amore illuminato che viene offerto da chi lavora in un luogo di sofferenza così difficile da affrontare”.

La benedizione è stata impartita da padre Miguel Tofful, vicepresidente della Cittadella della Carità, che ha ricordato la frase riportata nella targa affissa sul basamento: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (Timoteo 4, 7-8). “In queste parole – ha detto padre Tofful – c’è l’essenza del percorso di Giacomo in questi ultimi mesi. Un percorso che pur nella sofferenza è sempre stato illuminato dalla fede e dalla speranza”.

Nonostante le difficoltà della malattia qui ci siamo sentiti davvero accolti come se fossimo a casa – ha aggiunto Samantha, moglie di Giacomo, al termine della benedizione – Giacomo è stato trattato come persona di famiglia prima che come paziente. Di questo siamo molto grati perché ha aiutato lui e noi ad affrontare con la maggior serenità possibile un momento così difficile”.

Giacomo Antonio Cacciapuoti è tornato alla Casa del Padre lo scorso 27 settembre, all’età di 36 anni, dopo alcuni mesi trascorsi presso la Cittadella della Carità nella fase terminale della sua malattia. Oltre alla moglie, ha lasciato la piccola Alya di 5 anni che è stata ricordata durante la cerimonia. La statua donata dalla sua famiglia è posizionata esattamente di fronte all’ingresso dell’Hospice, nel giardino circondato da fiori e alberi di ulivo, in una posizione accessibile a tutti e senza barriere architettoniche. A disposizione di chiunque voglia trovare un momento di preghiera, contemplazione e serenità.


Il prof. Alessandro Mantovani tra i ricercatori più influenti al mondo

Il nome del medico dell’Unità Operativa Complessa di Malattie Metaboliche, diretta dal prof. Giovanni Targher, compare nella prestigiosa lista degli Highly cited researchers 2024, che raccoglie gli scienziati più citati al mondo. Un riconoscimento dovuto ai suoi studi sulla malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica (Masld) e delle sue connessioni con diabete mellito, sovrappeso/obesità e patologie cardiovascolari.

Il suo nome compare nella prestigiosa lista degli Highly cited researchers 2024, che raccoglie gli scienziati più influenti al mondo. È Alessandro Mantovani, docente di Endocrinologia e malattie del metabolismo del dipartimento di Medicina dell’Università di Verona e dirigente medico nell’Unità operativa complessa di Malattie Metaboliche dell’Irccs Sacro Cuore Don Calabria di Negrar. Le sue ricerche sul fegato e sul metabolismo stanno contribuendo a cambiare il modo in cui medici e comunità scientifica affrontano alcune delle malattie croniche più diffuse. 

Esperto riconosciuto nello studio della malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica (Masld) e delle sue connessioni con diabete mellito, sovrappeso/obesità e patologie cardiovascolari, Mantovani è autore di oltre 230 pubblicazioni scientifiche e vanta più di 12mila citazioni.

Professor Mantovani, cosa rappresenta per lei questo riconoscimento internazionale? 

È un grande onore e un risultato condiviso: senza il supporto del mio maestro, Giovanni Targher (direttore dell’UOC di Malattie Metaboliche dell’IRCCS di Negrar), dei colleghi dell’Università di Verona, dell’Azienda Universitaria Integrata di Verona e dell’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, non sarebbe stato possibile. Essere tra i ricercatori più citati significa che il nostro lavoro viene usato e riconosciuto in tutto il mondo. È una motivazione a continuare a fare ricerca con rigore e passione. 

La sua attività scientifica è centrata sulla Masld. Che cos’è e perché è così importante studiarla? 

La Masld è una malattia molto diffusa: è l’accumulo di grasso nel fegato, spesso legato a sovrappeso/obesità, diabete mellito e sindrome metabolica. Molti pensano che sia benigna e che riguardi solo il fegato, ma non è così. Le nostre ricerche hanno mostrato che la Masld aumenta il rischio di infarto del miocardio, scompenso cardiaco, ictus, insufficienza renale e altre complicanze. Per questo è fondamentale individuarla precocemente e trattarla in modo corretto. Diagnosticarla significa migliorare la salute non solo del fegato, ma dell’intero organismo. 

Quali sono le scoperte più rilevanti del suo lavoro? 

Negli ultimi anni abbiamo dimostrato, grazie a studi clinici e meta-analisi, che la Masld è un vero “campanello d’allarme” per la salute generale, soprattutto nei pazienti con diabete mellito. Inoltre, stiamo studiando come l’impatto dei nuovi farmaci per il diabete, come ad esempio gli agonisti del recettore, possano contribuire a ridurre il grasso nel fegato e soprattutto la fibrosi. 

Che impatto può avere tutto questo sulla vita dei cittadini? 

Un impatto molto concreto: diagnosi più precoci, prevenzione più efficace, terapie più mirate. Significa evitare complicanze gravi, ridurre il peso delle malattie croniche e migliorare la qualità della vita di migliaia di persone sul nostro territorio e non solo. 

Perché ha deciso di fare ricerca? Cosa suggerisce ai giovani che desiderano investire in questa professione? 

Ho scelto di fare ricerca perché, fin dall’inizio del mio percorso, ho capito che curare un singolo paziente è un privilegio, ma generare nuova conoscenza che possa migliorare la salute di migliaia o milioni di persone è una responsabilità altrettanto importante. La ricerca è il modo più diretto per trasformare le intuizioni cliniche in evidenze, per colmare i vuoti di conoscenza e per dare un contributo concreto all’avanzamento della medicina e della cultura. È un percorso non facile, che richiede rigore, curiosità e capacità di mettersi in discussione, ma restituisce la soddisfazione di vedere un’idea trasformarsi in risultati che possono cambiare la pratica clinica. 

Ai giovani direi prima di tutto voglio dire di coltivare la passione. La medicina è una professione straordinaria, ma richiede dedizione e un forte senso di responsabilità. Non basta essere bravi ed acculturati: bisogna essere motivati, empatici e disposti ad ascoltare e ad imparare continuamente. Suggerisco anche di non aver paura della ricerca: non è qualcosa di distante dalla clinica, ma è ciò che permette alla clinica di progredire. Consiglio anche di cercare buoni mentori, come è successo a me con il professor Giovanni Targher. Un mentore può dare la direzione, aiutare a evitare errori inutili e, soprattutto, trasmettere quell’entusiasmo che rende sostenibile un percorso che è sì impegnativo e faticoso, ma anche molto gratificante.  

(Da UnivrMagazine 2 dicembre 2025)


Tumore della prostata: la Radioterapia in molti casi ha la stessa efficacia del bisturi con minori effetti collaterali, ma la riceve solo il 20% di pazienti

 Nonostante la sua efficacia soprattutto per la cura del tumore della prostata, la radioterapia in Italia continua a rivestire un ruolo minore in ambito oncologico, rispetto all’impiego della chirurgia. A richiamare l’attenzione sull’importanza di abbattere questo preconcetto è il prof. Filippo Alongi, direttore del Dipartimento di Radioterapia Oncologica  dell’IRCCS di Negrar, ospedale dotato delle tecnologie radioterapiche più avanzate per il trattamento del tumore prostatico e di molti altri tipi di neoplasie, in occasione della campagna internazionale Movember di sensibilizzazione sulle patologie maschili.

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La radioterapia, soprattutto per la cura del tumore della prostata, è un’efficace e valida alternativa alla chirurgia radicale, con tassi di guarigione sovrapponibili ed effetti collaterali ridotti, ma poco nota ai pazienti. Dovrebbe essere impiegata nel 50-60% dei casi, ma nel nostro Paese raggiunge soltanto la quota del 15-20%. Le cause sono i molti e diffusi luoghi comuni, che vanno dal peso inferiore che viene attribuito all’efficacia di questo approccio rispetto a quello chirurgico e farmacologico, alla paura di non avere una vita sessuale normale, fino all’errata convinzione che il trattamento sia solo palliativo o limitato a casi estremi dove la chirurgia non possa essere più impiegata.

“Nonostante il passare degli anni, la radioterapia continua a essere avvolta da un alone di diffidenza mista a disinformazione, e quando la proponiamo ai pazienti, la maggior parte all’inizio pensa di essere già condannata. E questo non per la gravità della malattia, ma perché crede di essere candidata a un trattamento di efficacia inferiore a quello chirurgico – avverte Filippo Alongi, direttore del Dipartimento di radioterapia oncologica avanzata dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar e ordinario di radioterapia all’Università di Brescia -. Eppure, parliamo di uno dei cardini delle terapie oncologiche, in particolare per il tumore della prostata, che può essere definito curativo al pari del bisturi. Come dimostra uno studio anglosassone, pubblicato di recente su European Urology, che ha messo a confronto la chirurgia robotica con la radioterapia di precisione, evidenziando come a parità di guarigione in oltre il 90% dei casi, quando il tumore è confinato all’interno della ghiandola prostatica, la radioterapia moderna è anche meglio tollerata in alcuni aspetti sintomatologici, preservando maggiormente la continenza urinaria e la funzionalità erettile. Un paziente su due sarebbe idoneo al trattamento radioterapico, ma soltanto un paziente su 5 viene sottoposto a questa metodica di cura non invasiva. Le conseguenze ricadono sui pazienti stessi che spesso ignorano un’opzione terapeutica alternativa alla chirurgia e di significativo beneficio in molte situazioni cliniche. L’idea distorta che si ha della radioterapia, frutto di un retaggio del passato, è una rappresentazione che poco a che fare con la realtà –evidenzia Alongi– Negli ultimi anni questa metodica infatti ha fatto grandissimi passi in avanti, grazie all’utilizzo di apparecchi sempre più sofisticati, che permettono di eseguire trattamenti molto selettivi e circoscritti, con riduzione degli eventuali effetti collaterali”.

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L’innovazione tecnologica vede l’IRCCS di  Negrar tra i centri più avanzati in Italia e in Europa nella cura in ambito radio-oncologico del tumore della prostata, come per molti altri tipi di patologie tumorali. “Grazie ai  quattro acceleratori lineari, tra cui una macchina di ultima generazione dotata di risonanza magnetica ad alto campo e un dispositivo guidato da intelligenza artificiale, di recente integrato e potenziato con un software che identifica e colpisce il tumore in pochi secondi, è possibile, nel nostro dipartimento, trattare il tumore con una altissima precisione – sottolinea Alongi -. Ciò consente di curare il tumore della prostata in sole 5 sedute, contro le 20 o 28 della tecnica standard, in tempi rapidi, senza dolore, né ricovero, né anestesia, abbattendo liste d’attesa e costi diretti e indiretti. Questi nuovi dispositivi all’avanguardia permettono inoltre di ricalibrare in tempo reale il piano di cura, sulla base dei cambiamenti di posizione, forma o dimensione del tumore, che avvengono di seduta in seduta, preservando i tessuti sani e garantendo una migliore qualità di vita”.

Il Dipartimento di Radioterapia Oncologica dell’IRCCS di Negrar esegue all’anno più 20.000 sedute in più di 2.000 pazienti, la metà dei quali trattati con radioterapia per tumore alla prostata.