Stefania Gori, direttore dell’Oncologia: “Solo le cure convenzionali danno risultati scientifici e la chemioterapia oggi fa meno paura, grazie ai farmaci che controllano gli effetti collaterali”

Solo le terapie oncologiche hanno evidenze scientifiche nella lotta contro il cancro. Contrariamente alle cosiddette cure alternative, a causa delle quali anche oggi registriamo decessi evitabili”. Scandisce le parole la dottoressa Stefania Gori, direttore del Dipartimento di Oncologia dell’ospedale Sacro Cuore Don Calabria e presidente eletto dell’Aiom, l’associazione che comprende circa 3mila oncologi italiani.

Decessi evitabili come quelli di Eleonora Bottaro, morta a soli 18 anni per una leucemia linfoblastica acuta, che poteva essere curata se la ragazza non avesse rifiutato la chemioterapia per affidarsi al “metodo Hamer”. O quello di Alessandra Tosi, colpita da tumore al seno, una delle neoplasie per le quali si registrano il maggior numero di guarigioni se trattate adeguatamente. Cure che Alessandra non ha accettato.

Sono questi solo gli ultimi capitoli di un tragico romanzo fantascientifico – in cui i morti però sono reali – dove trovano spazio oltre a “terapie” come il “metodo Hamer”, per cui il tumore è solo frutto di un trauma psicologico, la cura Di Bella, quella dello scorpione di Cuba, Stamina e tante altre che la dottoressa Gori ha incontrato lungo la sua professione di medico-oncologo.

Il problema è che noi oncologi il più delle volte non sappiamo se il paziente in trattamento antitumorale assume anche farmaci o terapie fitoterapiche “alternative” – sottolinea -. Il paziente può comunicarcelo solo se si stabilisce un forte rapporto di fiducia. E’ molto importante che il paziente informi il medico, perché le cosiddette cure alternative potrebbero interferire con i trattamenti oncologici standard. Come AIOM, ci stiamo occupando di questa problematica, sia in ambito di congressi sia pianificando una survey conoscitiva tra i pazienti oncologici, per capire l’entità del fenomeno”.

Pochi decenni fa, molti tipi di tumori risultavano incurabili: oggi, da almeno 15 anni, la mortalità è in costante diminuzione ed alcuni tumori, come il cancro al seno, se diagnosticati precocemente e trattati adeguatamente, possono avere un’altissima percentuale di guarigione. Inoltre sono oltre 3 milioni le persone che vivono in Italia con una pregressa diagnosi di tumore. Tutti dati che dimostrano come una diagnosi sempre più precoce ed una terapia farmacologica antitumorale (chemioterapia, ormonoterapia, terapia a bersaglio molecolare), insieme all’evolversi della chirurgia oncologica e della radioterapia, rappresentino armi efficaci contro il cancro. Allora perché un paziente rifiuta le terapie convenzionali e si affida a “cure” che non hanno mai dato risultati?

Si affidano a “cure alternative” alcuni pazienti per i quali si sono esaurite tutte le opzioni terapeutiche – risponde la dottoressa Gori – dopo essere stati trattati con chirurgia, radioterapia o chemioterapia. Sono persone che non vogliono perdere la speranza, e che comunque vogliono essere sottoposti ad un qualche tipo di terapia, non importa quale sia. In rari casi, ci sono atteggiamenti di rifiuto del trattamento standard sin dall’inizio: ma sono casi veramente molto molto rari”.

Permane oggi il timore della chemioterapia, tanto da indurre il paziente a rifiutarla? “La paura verso questa forma di trattamento, che resta comunque impegnativa per il paziente, si è fortemente ridimensionata negli ultimi venti anni. Grazie ad alcuni farmaci riusciamo a controllare gli effetti collaterali degli antiblastici, tipo la nausea ed il vomito. In varie forme metastatiche, possiamo utilizzare un solo farmaco antitumorale, riducendo al massimo le tossicità associate“.

Casi, come quelli recenti, quali riflessioni devono sollevare nella classe medica? “Il caso Di Bella, che scoppiò alla fine degli anni Novanta, fu una lezione per noi oncologi. Siamo infatti stati “costretti”, in senso positivo, a rivalutare l’importanza del rapporto con il paziente: un rapporto che deve essere non solo professionale, ma anche umano. Se il paziente non viene considerato una persona, con tutte le sue fragilità, può sentirsi solo, non compreso e rivolgersi a coloro che invece sono pronti a comunicargli questa vicinanza umana, come per esempio i propinatori di cure alternative”.

Quanto i mass media possono aiutare le persone a decidere un corretto percorso terapeutico? “Moltissimo. Sappiamo quanto i giornali, televisione e web influenzino oggi la popolazione nel campo sanitario. Ma ci deve essere uno sforzo comune a diffondere notizie corrette dal punto di vista scientifico e comunicate senza sensazionalismi. Chi legge o ascolta può essere una persona ammalata che ha il diritto di essere informata, ma non illusa da false speranze: ecco perché come AIOM e come Fondazione AIOM dal 2015 abbiamo iniziato a parlare, insieme ai giornalisti medico-scientifici, di etica della notizia.

elena.zuppini@sacrocuore.it