Gara europea di simulazione d'urgenza: il "Sacro Cuore" unica squadra italiana

La squadra del Pronto Soccorso è stata protagonista a Berlino dell’Euro SIM Cup, una competizione di simulazione d’urgenza su manichini ad alta fedeltà. “C’erano altri gruppi italiani che si sono iscritti alla gara – sottolinea il ‘capitano’, il dottor Pettenuzz,.“Probabilmente è stata scelta la nostra squadra perché era composta da più figure sanitarie, non solo da medici, come le altre”

Il team dell’IRCCS di Negrar è l’unica squadra italiana ad aver partecipato all’Euro Sim Cap, una competizione particolare dove l’obiettivo è salvare la vita del paziente, sebbene si tratti di un manichino ad alta fedeltà. E’ il primato portato a casa da Berlino dal gruppo formato da Federico Pettenuzzo e da Annalisa Baldi, rispettivamente medico e infermiera del Pronto Soccorso dell’IRCCS di Negrar, diretto dal dottor Flavio Stefanini. Con loro due specializzandi dell’Università di Verona, i dottori Nicola Mazza e Alessandro Vincenzetti. E come per tutte le squadre che si rispettano non poteva mancare l’allenatore: il dottor Marco Boni, ‘veterano’ dell’Emergenza-Urgenza del Sacro Cuore e istruttore IRC (Italian Resuscitation Council).

La competizione a squadre si è svolta nell’ambito del congresso annuale di medicina di urgenza promosso dall’Eusem (European Society for Emergency Medicine) dal 15 al 19 ottobre nella capitale tedesca. Fra le squadre candidate ne sono state scelte otto europee e una statunitense. “C’erano altri gruppi italiani che si sono iscritti alla gara – sottolinea il ‘capitano’, il dottor Pettenuzzo, “Probabilmente è stata scelta la nostra squadra perché era composta da più figure sanitarie, non solo da medici, come le altre”. La vittoria è andata alla squadra statunitense, mentre le altre posizioni in classifica non sono state rese note, per una scelta degli organizzatori.

“La Simulation Cup consiste in una gara di discussione e gestione di casi clinici nell’ambito dell’emergenza, utilizzando manichini ad alta fedeltà, cioè che simulano le reazioni di un corpo umano”, spiega ancora il medico. “A noi erano stati affidati tre casi: un bambino con meningite, un politrauma da caduta dall’alto e una folgorazione. Gli esaminatori hanno valutato non solo l’aspetto tecnico (rispetto dei protocolli e delle linee guida, farmaci impiegati…), ma anche le cosiddette non technical skills, ovvero la gestione del team, quindi la comunicazione, il rapporto umano tra i componenti, la leadership”.

Abilità che la squadra di Negrar ha perfezionato durante la preparazione alla gara, iniziata a maggio. “La Sim Cup è stata un’opportunità di crescita professionale – afferma l’infermiera Baldi -. Ci ha costretti a lavorare molto sia sulle competenze personali, per essere in grado di affrontare casi non frequenti, sia sulla capacità di lavorare in squadra, requisito fondamentale nell’ambito dell’urgenza perché in ambulanza o in ospedale spesso si opera con persone che non si conoscono ma con le quali si deve instaurare subito un rapporto di fiducia”. Come fondamentali sono le pratiche di simulazione, “anche per la gestione dell’ansia che diventa più facile nel soccorso reale a un paziente, se lo stesso caso è stato affrontato con un manichino ad alta fedeltà”, sottolinea il dottor Pettenuzzo.

Archiviata la Sim Cup 2022, ma non l’entusiasmo, il team di Negrar pensa a quella del prossimo anno e magari alla “medaglia d’oro”. “La classifica non è stata comunicata, ma visti i tanti complimenti che abbiamo ricevuto dai colleghi, forse un posticino sul podio lo abbiamo raggiunto…”, conclude Baldi.

Nella foto da sinistra: i dottori Marco Boni, Federico Pettenuzzo,Alessandro Vincenzetti, l’infermiera Annalisa Baldi e  il dottor Nicola Mazza.


Endoscopia digestiva confermato centro accreditato SIED

l Servizio di Endoscopia ed Ecoendoscopia Digestiva è stato confermato Centro accreditato della Società Italiana di Endoscopia Digestiva (SIED). Il rinnovo della certificazione ottenuta nel 2018 è un nuovo attestato degli standard di eccellenza raggiunti nell’erogazione delle prestazioni ai pazienti. Attualmente i Centri accreditati SIED in Italia sono solo 23.

Il Servizio di Endoscopia ed Ecoendoscopia Digestiva, diretto dal dottor Paolo Bocus e di cui è responsabile il dottor Marco Benini, è stato confermato Centro accreditato della Società Italiana di Endoscopia Digestiva (SIED). Il rinnovo della certificazione ottenuta nel 2018 è un nuovo attestato degli standard di eccellenza raggiunti nell’erogazione delle prestazioni ai pazienti. Attualmente i Centri accreditati SIED in Italia sono solo 23, di cui due, con quello di Negrar, in Veneto.

ULTERIORE GARANZIA DI QUALITA’ PER IL PAZIENTE
Paolo Bocus, gastroenterologo IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calaabria di Negrar
Dr. Paolo Bocus

“L’accreditamento è volontario quindi non richiesto da normativa regionale o nazionale – spiega il dottor Bocus -. Tuttavia nonostante comporti un impegno collettivo non indifferente, che si aggiunge alla notevole attività quotidiana, abbiamo voluto ottenerlo quattro anni fa perché rappresenta un’ulteriore garanzia per il paziente che si rivolge al nostro Servizio per esami, solo per citarne alcuni, come la gastroscopia, la colonscopia o la più sofisticata ecoendoscopia”.

REQUISITI SIED ELEVATI

Anche l’ottenimento del rinnovo è stato particolarmente impegnativo. “Sono stati innalzati, in seguito alla pandemia, i requisiti di sicurezza non solo in merito alle metodiche eseguite, ma anche relativi alle strutture e al controllo della disinfezione strumentale” prosegue il dottor Bocus.  “Tale aspetto ha principalmente riguardato la sicurezza dell’ambiente di lavoro sia per il personale che per i pazienti nonché la formazione ed il mantenimento delle competenze di tutto il personale coinvolto”. Un lavoro che ha coinvolto oltre allo staff del Servizio di Endoscopia Digestiva, anche la Direzione Amministrativa, quella Sanitaria, il Servizio Infermieristico e il Servizio Qualità nonché il Laboratorio di Microbiologia e l’Ufficio di Ingegneria Clinica.

OLTRE 7.500 ESAMI IN UN ANNO

Il Servizio nel 2021 ha effettuato 3780 esami di Colonscopia, 3362 Esaofagogastroduodenoscopie, 57 Gastrostomie Endoscopiche Percutanee (PEG), 150 Colangiopancreatografie Endoscopiche Retrograde (ERCP) e 220 Ecoendoscopie (EUS).

Tutte procedure valutate conformi al Manuale di Accreditamento SIED- Società Italiana di Endoscopia Digestiva (Rev. n 5 del 31/10/2018).


Per la prof. Capobianchi è il diciassettesimo premio: l'Assobiotec Award 2022

La professoressa Maria Rosaria Capobianchi, consulente per la ricerca dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria, ha ricevuto l’Assobiotec Award 2022. per lo straordinario contributo che, con il suo team, è riuscita a dare alla lotta globale alla pandemia isolando e sequenziando, fra i primi ricercatori al mondo, il Sars-CoV2.. Un traguardo chiave per la messa a punto di vaccini, metodi diagnostici e cure.

La professoressa Maria Rosaria Capobianchi, consulente per la ricerca dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria, ha ricevuto l’Assobiotec Award 2022, il premio assegnato annualmente dall’Associazione nazionale di Federchimica per lo sviluppo delle biotecnologie a “personalità ed enti che si sono particolarmente distinti nella promozione dell’innovazione, della ricerca scientifica e del trasferimento tecnologico”.

La professoressa Capobianchi, membro del Consiglio Superiore della Sanità, è stata premiata “per lo straordinario contributo che, con il suo team, è riuscita a dare alla lotta globale alla pandemia isolando e sequenziando, fra i primi ricercatori al mondo, il nuovo Coronavirus. Un traguardo chiave per la messa a punto di vaccini, metodi diagnostici e cure. Una risposta concreta ed efficace per contrastare la diffusione del virus”.

La motivazione fa riferimento al febbraio del 2020, quando, da direttore dell’Unità Operativa Complessa di Virologia e Laboratori di Biosicurezza dell’Istituto Spallanzani, Capobianchi e il suo team hanno isolato per la prima volta in Europa il virus del SARS-Cov-2, a sole 48 ore dalla diagnosi effettuata sui primi due pazienti in Italia, cittadini cinesi in vacanza. Un team tutto rosa quello a cui era a capo la biologa napoletana, formato anche dalle dottoresse Francesca Colavita e Concetta Castilletti, quest’ultima ora responsabile dell’Unità Operativa semplice di Virologia e virus emergenti dell’IRCCS di Negrar.

Originaria di Procida, la professoressa Capobianchi ha una laurea in Biologia con specializzazione in Microbiologia e ha ricoperto vari incarichi internazionali e nazionali, tra cui quello di membro dell’advisory panel sul COVID-19, presieduto dal presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Layen,  di responsabile del Laboratorio di riferimento dell’OMS per la conferma diagnostica del Covid-19 e di consulente del Ministero della Salute, del Comitato Tecnico Scientifico e della Protezione Civile per la  valutazione dei sistemi diagnostici relativi a SARS-CoV-2. Capobianchi è stata anche responsabile del Laboratorio di riferimento nazionale per le infezioni da virus Ebola e da altri virus di gruppo di rischio 4.

Oggi, oltre ad essere consulente per la ricerca e membro della Direzione scientifica dell’IRCCS di Negrar, insegna Biologia Molecolare alla International University Saint Camillus of Health and Medical Sciences (Unicamillus) di Roma.

E’ autrice 590 articoli scientifici indicizzati ed è inserita  nella lista dei “Top Italian Scientists”. L’Assobiotec Award 2022 si aggiunge ad altri 16 premi e all’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica che le ha consegnato il presidente Mattarella il 3 giugno del 2020, sempre per quanto raggiunto nell’ambito della ricerca sul Covid.

 

 

 

 

 


Il Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali confermato Centro collaboratore dell'OMS

Il Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e Microbiologia è stato confermato Centro collaboratore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per la strongiloidosi e le altre malattie tropicali neglette (Neglected Tropical Disease – NDT). L’ufficializzazione è arrivata nei giorni scorsi con una lettera del direttore OMS Europa, Hans Henri P. Kluge, dopo le opportune verifiche a cui tutti i Centri sono sottoposti ogni quattro anni.

Il Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e Microbiologia è stato confermato Centro collaboratore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per la strongiloidosi e le altre malattie tropicali neglette (Neglected Tropical Disease – NDT).

Si tratta di un’ulteriore conferma dopo quella del 2018, a quattro anni dalla disegnazione avvenuta nel 2014. L’ufficializzazione è arrivata nei giorni scorsi con una lettera del direttore OMS Europa, Hans Henri P. Kluge, dopo le opportune verifiche a cui tutti i Centri sono sottoposti ogni quattro anni.

Sono circa 700 i centri OMS nel mondo dislocati in 80 Paesi e impegnati in vari settori. L’Italia ne vanta 28 (secondo posto in Europa per numero di istituzioni) di cui nove per le malattie infettive e tropicali.A ciascuno viene affidato un compito all’interno di una sorta di rete mondiale di sostegno al programma dell’Organizzazione”, spiega la dottoressa Dora Buonfrate, alla co-direzione del Centro assieme alla dottoressa Francesca Tamarozzi, nominata, quest’ultima, in sostituzione al prof. Zeno Bisoffi.

“Nel nostro piano di attività avanziamo delle proposte e rispondiamo a delle richieste specifiche fatte dal Dipartimento delle malattie tropicali neglette dell’OMS che si occupa dei programmi di controllo di queste patologie nei Paesi in cui sono endemiche. Queste attività spesso riguardano lo sviluppo di test diagnostici da impiegare ‘sul campo’ o studi sui farmaci”, sottolinea la dottoressa Buonfrate.

Grazie alla più alta casistica in Italia (negli ultimi dieci sono alcune centinaia i casi diagnosticati al “Sacro Cuore Don Calabria), quello di Negrar è l’unico Centro al mondo designato per lo studio della strongiloidosi, una patologia diffusa soprattutto nelle aree tropicali, ma presente anche nel nostro Paese, sebbene poco nota. Il Centro gestisce, sempre per conto dell’OMS, la Strongyloides Sharing Platform, una piattaforma informatica all’interno del sito web dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che riunisce i ricercatori di tutto il mondo interessati alla malattia parassitaria per lo scambio di informazioni e di dati e per azioni comuni di sensibilizzazione verso questa patologia.

“Anche grazie alla nostra proposta, l’OMS ha inserito nel 2019 la strongiloidosi tra le malattie tropicali neglette cioè trascurate dai piani di salute pubblica e anche dalla ricerca privata delle case farmaceutiche per la scarsa attrazione commerciale. E’ un traguardo importante che ha permesso di includere una malattia che colpisce oltre 600 milioni di persone al mondo nei programmi di controllo dei singoli Paesi”, afferma l’infettivologa.

Le NTD, secondo la definizione dell’OMS, sono patologie che “sebbene diverse dal punto di vista nosologico (possono infatti essere di origine virale, batterica, parassitaria…ndr), formano un gruppo unico in quanto tutte sono fortemente associate alla povertà, proliferano in ambienti con scarse risorse, specialmente in aree tropicali, tendono a coesistere e la maggior parte di esse sono malattie antiche che affliggono l’umanità da secoli”. Si stima che colpiscano oltre un miliardo di persone nel mondo e che siano causa di gravissime disabilità e di più di mezzo milione di morti all’anno. Sebbene abbiano origine nei Paesi in via di sviluppo, le malattie tropicali neglette rappresentano un rischio per le popolazioni dell’intero pianeta, in quanto l’esponenziale mobilità degli ultimi anni comporta lo spostamento insieme alle persone anche di merci e vettori (soprattutto zanzare), quest’ultimi favoriti dall’innalzamento delle temperature.

L’OMS elenca 20 NTD:

La roadmap dell’OMS 2021-2030 prevede tra i vari obiettivi la riduzione del 90% il numero di persone che necessitano di interventi contro le NTD, di diminuire del 75% gli anni di vita persi per disabilità (DALYs) causate dalle stesse NTD e che ne vengano eradicate almeno due nel mondo (dracunculiasi e framboesia)

 

 

 

 


L'IRCCS di Negrar è Centro Qualificato ERAS Society per la chirurgia bariatrica e del colon-retto

Primo in Italia per la chirurgia bariatrica, terzo per la chirurgia colon-rettale, anche oncologica, è tra i primi centri qualificati (66) ERAS Society al mondo per l’applicazione dell’innovativo protocollo che mette al centro il paziente anche nella fase pre e post operatoria, con una riduzione dei giorni di ricovero da 6 a 4 per gli interventi al colon-retto e dimissioni entro 48 ore per la chirurgia bariatrica.

L’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria è Centro Qualificato per l’applicazione di ERAS, il protocollo chirurgico che ha come obiettivo – come recita l’acronimo Enhanced Recovery After Surgery – il miglior recupero dopo un intervento chirurgico. A certificarlo, ERAS Society, la società scientifica mondiale che si occupa della diffusione di questa “buona pratica clinica” tesa a una ripresa rapida del paziente, grazie al controllo ottimale del dolore e della nausea post-operatoria, alla drastica riduzione delle infezioni post chirurgiche e alla diminuzione dei giorni di degenza che per la chirurgia colon-rettale passano da 6 a 4, mentre per quella bariatrica le dimissioni sono entro le 48 ore.

DOPPIA CERTIFICAZIONE: PER LA CHIRURGIA BARIATRICA E QUELLA COLON-RETTALE

Per il “Sacro Cuore Don Calabria” si tratta di una doppia certificazione: infatti è il primo Centro Qualificato ERAS in Italia per la chirurgia bariatrica nel trattamento dell’obesità grave e il terzo (dopo l’Azienda Ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo e l’ospedale Infermi Rimini) per la chirurgia colon-rettale, anche oncologica. Nel mondo ci sono solo altri 66 Centri Qualificati e quello di Negrar è risultato uno degli ospedali con un livello di aderenza più alto a tutto il percorso del paziente (dalla fase pre-operatoria a quella post-operatoria) avendo superato la soglia del 94% su entrambe le specialità chirurgiche.

PROSSIMI OBIETTIVI: CENTRO TRAINER E CENTRO DI ECCELLENZA

La certificazione di Centro Qualificato è il primo step di un iter triennale intrapreso dall’Ospedale di Negrar che si conclude con il riconoscimento di Centro di Eccellenza passando per quello di Centro Trainer, grazie al quale il team ERAS del “Sacro Cuore Don Calabria” potrà formare altre strutture.

IL PROTOCOLLO CHIRURGICO PER IL MIGLIOR RECUPERO DOPO L’INTERVENTO
Dr. Giacomo Ruffo

“Se l’obiettivo di ERAS è quello di far tornare il paziente chirurgico il prima possibile alle sue occupazioni quotidiane, la condizione perché ciò avvenga è un percorso che inizia prima della chirurgia, con il raggiungimento da parte del paziente di una forma fisica ottimale” spiega il dottor Giacomo Ruffo, direttore della Chirurgia Generale del “Sacro Cuore Don Calabria”. “Questa condizione si unisce poi a una chirurgia mini-invasiva (laparoscopica o robotica), a uno specifico trattamento anestesiologico che prosegue dopo la sala operatoria con un ottimale controllo del dolore e della nausea, e a una mobilizzazione precoce. L’applicazione di ERAS, possibile per ogni tipo di chirurgia, è un vantaggio per tutti i pazienti, ma in particolare per gli anziani e per coloro che subiscono interventi ad alta complessità”.

Dr. Elisa Bertocchi

“Il percorso di certificazione ha avuto la durata di un anno, nel corso del quale abbiamo seguito diversi momenti di formazione con il Centro Trainer (Centre Hospitalier de Valenciennes-Francia), implementato ulteriormente il protocollo ERAS e inserito i dati relativi ai nostri pazienti (221 per la chirurgia colon-rettale e 95 per quella bariatrica) sulla piattaforma internazionale EIAS che ci ha permesso di misurare e analizzare l’aderenza al protocollo e i risultati post operatori”, spiega la dottoressa Elisa Bertocchi, chirurgo colon-rettale. “Ora parte la seconda fase per diventare Centro Trainer e che consiste nel mantenimento nel tempo degli ottimi risultati ottenuti”.

IL PAZIENTE PROTEGONISTA NEL PRE E NEL POST INTERVENTO, SUPPORTATO DA UN GRUPPO MULTIDISCIPLINARE

Sono due i fulcri principali del protocollo ERAS: la presa in carico del paziente da parte di un team multidisciplinare, attivo a Negrar già nel 2018 per la chirurgia colon-rettale, e il ruolo attivo e consapevole del paziente nella preparazione all’intervento e nella gestione del recupero post-operatorio. Del team fanno parte oltre ai chirurghi e agli anestesisti, anche i nutrizionisti, i farmacisti ospedalieri, i fisiatri, i fisioterapisti e il personale infermieristico dedicato. A questi specialisti per i pazienti bariatrici si aggiungono lo psicologo e il gastroenterologo che assieme al nutrizionista seguono il candidato alla chirurgia almeno da due mesi prima dell’intervento.

L’APP iCOLON: IL DIARIO DIGITALE CHE GUIDA IL PAZIENTE

Per agevolare invece l’aderenza attiva del paziente alle indicazioni che riguardano la corretta alimentazione, l’adeguata attività fisica e il monitoraggio dei parametri fisiologici nel post operatorio, dal 2019 viene proposta a tutti i pazienti l’APP iColon (vedi video), ideata dalla Chirurgia Generale di Negrar e unico esempio in Italia di applicazione digitale per la chirurgia colon-rettale. Si tratta una sorta di diario digitale in cui il paziente, a partire da sette giorni prima dell’intervento e fino a 5 giorni dopo la dimissione, registra il suo contributo per il raggiungimento un’ottimale forma fisica e nutrizionale in preparazione alla chirurgia e quindi l’aderenza al recupero una volta tornato a casa,

Dr. Irene Gentile

“Il coinvolgimento attivo è ancora più importante per il paziente affetto da obesità grave – sottolinea la dottoressa Irene Gentile, chirurgo bariatrico -. In particolare sotto l’aspetto dell’alimentazione e dell’attività fisica: il calo ponderale è fondamentale sia per la candidabilità all’intervento sia per la buona riuscita dello stesso”.

DRASTICA RIDUZIONE DELLE COMPLICANZE MEDICHE POST CHIRURGICHE

“Le tecniche di controllo del dolore permettono la mobilizzazione precoce del paziente che deambula già il giorno stesso dell’intervento diminuendo così drasticamente le polmoniti dovute all’allettamento; il mantenimento del catetere vescicale spesso solo in sala operatoria, e comunque non oltre le 12 ore, ha quasi cancellato le infezioni urinarie così come nettamente ridotte quelle del sito chirurgico, per l’uso sempre minore di drenaggi addominali. Restano le complicanze chirurgiche che, tuttavia, in un paziente in buona forma hanno un esito più favorevole”, conclude la dottoressa Bertocchi

Nella foto il team multidisciplinare ERAS. Da sinistra:

Silvia Bonadiman (fisiatra), Elisa Bertocchi (chirurgo colon-rettale), Gaia Masini (chirurgo generale), Irene Gentile (chirurgo bariatrico), Alessandro Tubaro (anestesista), Roberta Freoni (coordinatrice infermieristica della Chirurgia Generale), Roberto Rossini (chirurgo bariatrico), Nicola Menestrina (anestesista), Giovanni Lodi (anestesista), Giuliano Barugola (chirurgo proctologo), Alessandra Misso (dietista), Giacomo Ruffo (direttore della Chirurgia Generale), Teresa Zuppini (direttore della Farmacia Ospedaliera), Enrico Facci (chirurgo generale)


Alla biologa Elena Pomari il premio "Positive Droplet Award” nell'ambito della lotta contro il Covid

La dottoressa Elena Pomari, che all’interno del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali è referente del Trasferimento Tecnologico, è stata premiata per l’attività di ricerca sui vantaggi della tecnica ddPCR rispetto alle tecniche di riferimento come la Real-Time PCR applicata nell’ambito del Sars-CoV2

La dottoressa Elena Pomari, biologa del Dipartimento di Malattie Infettive Tropicali e Microbiologia, è stata insignita del premio “Positive Droplet Award”, categoria “Fight Against SARS-CoV-2”, indetto dalla Biorad, la multinazionale con sede in California specializzata in biotecnologie sia in ambito diagnostico che di ricerca.

Il riconoscimento rientra nelle celebrazioni per i 10 anni dall’immissione sul mercato da parte della stessa Biorad del macchinario Droplet Digital PCR (ddPCR), che applica l’omonima tecnica di biologia molecolare.

La dottoressa Pomari, che all’interno del Dipartimento diretto dal professor Zeno Bisoffi è referente del Trasferimento Tecnologico, è stata premiata per l’attività di ricerca sui vantaggi della tecnica ddPCR rispetto alle tecniche di riferimento come la Real-Time PCR, familiare anche al grande pubblico in quanto viene impiegata per la diagnosi molecolare del SARS-CoV-2. In particolare proprio in riferimento al virus responsabile della COVID19, la biologa dell’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria è stata, insieme ai suoi colleghi, tra i primi a sviluppare un sistema di quantificazione della carica virale con la ddPCR direttamente sul tampone nasofaringeo senza dover effettuare il passaggio che precede la PCR e cioè quello di estrazione e purificazione dell’RNA virale, e quindi riducendo costi e tempi dell’analisi.

La giuria del Positive Droplet Award ha assegnato il premio alla dottoressa Pomari, classe 1983, sulla base del suo contributo nell’applicazione della ddPCR nella lotta contro il SARS-CoV-2 e delle pubblicazioni scientifiche presentate.

La tecnica di biologia molecolare Droplet Digital PCR ha l’obiettivo, come la Real-Time PCR, di cercare gli acidi nucleici di un patogeno (ad esempio un batterio o un virus) che ne individuano la presenza in un organismo – spiega la biologa –. Il nostro Dipartimento impiega questa metodica, e il relativo macchinario, da alcuni anni sui parassiti. In particolare stiamo indagando i vantaggi di questa tecnica sulla quantificazione, cioè sulla misurazione della quantità del plasmodium della malaria. Con l’avvento della pandemia, abbiamo applicato la ddPCR anche per la ricerca del SARS-CoV-2. Infatti, per quanto riguarda l’ambito della virologia, la ddPCR ha  mostrato già utili applicazioni per il virus dell’HIV, per il Citomegalovirus e per il virus dell’epatite B”.

Ma quali sono i vantaggi della Droplet Digital PCR rispetto alle tecniche tradizionali? “Sicuramente è una metodica che può risultare più sensibile– risponde -. Quando la carica virale è alta le due tecniche sono simili. Il vantaggio si presenta nel momento in cui, invece, la carica è bassa, cioè quando la quantità del genoma virale all’interno del materiale prelevato è minima. In questi casi la PCR classica può non risultare sufficiente alla rilevazione del patogeno, mentre con la ddPCR il rilevamento è immediato con notevoli vantaggi dal punto di vista diagnostico”.


Onda

"Il Sacro Cuore" entra nella rete di Onda: ospedale a misura di donna

Onda

Il riconoscimento dei “Bollini Rosa” viene dato dalla Fondazione Onda – l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere  – agli ospedali italiani particolarmente attenti alla salute “in rosa” con percorsi di prevenzione, di diagnosi e di cura dedicati alle malattie femminili più diffuse e a quelle più complesse.

L’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria è un ospedale “vicino alle donne”. A stabilirlo con l’assegnazione dei Bollini Rosa, la Fondazione Onda – l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere – che dal 2007 conferisce il riconoscimento agli ospedali particolarmente attenti alla salute “in rosa” con percorsi di prevenzione, di diagnosi e di cura dedicati alle malattie femminili più diffuse e a quelle più complesse. E anche alle patologie che riguardano trasversalmente uomini e donne, ma in un’ottica di genere.

Con il “Sacro Cuore Don Calabria” sono stati premiati altri 353 ospedali italiani, 19 in più rispetto al biennio precedente. “La 10a edizione dei Bollini Rosa ha visto la partecipazione di 363 ospedali italiani e il patrocinio di 27 enti e società scientifiche” afferma Francesca Merzagora, presidente Fondazione Onda. “I 354 ospedali premiati costituiscono una rete di scambio di esperienze e di prassi virtuose, un canale di divulgazione scientifica per promuovere l’aggiornamento dei medici e degli operatori sanitari e per la popolazione l’opportunità di poter scegliere il luogo di cura più idoneo alle proprie necessità, nonché di fruire di servizi gratuiti in occasione di giornate dedicate a specifiche patologie, con l’obbiettivo di sensibilizzare e avvicinare a diagnosi e cure appropriate”.

“Si tratta dell’ulteriore riconoscimento dell’attenzione che la nostra struttura dedica alla salute femminile”, afferma il direttore sanitario, Fabrizio Nicolis, “Le ultime schede ospedaliere regionali hanno indicato il “Sacro Cuore Don Calabria” centro di riferimento per la cura dell’endometriosi (con il 68% dei pazienti provenienti da fuori Veneto). Inoltre la nostra senologia è riconosciuta, sempre dalla Regione, come Breast Unit, disponendo di tutte le specialità per la diagnosi e la cura del tumore mammario, tra le quali il Servizio di oncopsicologia con sedute di gruppo per le donne con neoplasia al seno e la riabilitazione post intervento”.

La valutazione delle strutture ospedaliere e l’assegnazione dei Bollini Rosa – che ha validità dal 1 gennaio 2022 al 31 gennaio 2023 – è avvenuta tramite un questionario di candidatura composto da oltre 400 domande, ciascuna con un valore prestabilito, suddivise in 15 aree specialistiche più una sezione dedicata alla gestione dei casi di violenza sulle donne e sugli operatori sanitari. Un apposito Advisory Board, presieduto da Walter Ricciardi, docente di Igiene e Sanità Pubblica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, ha validato i bollini conseguiti dagli ospedali a seguito del calcolo del punteggio totale ottenuto nella candidatura, tenendo in considerazione anche gli elementi qualitativi di particolare rilevanza non valutati tramite il questionario (servizi e percorsi speciali, iniziative e progetti particolari…).


Qui Texas: il novembre "rock" del dottor Marcello Ceccaroni

Il dottor Marcello Ceccaroni è stato protagonista del 50° Congresso mondiale dell’AAGL (Austin, Texas, dal 14 al 17 novembre): unico italiano nel Comitato scientifico del meeting annuale, è stato insignito del Premio “John F. Steege Mentorship Award 2021”, riconoscimento  conferito per la prima volta a un medico del nostro Paese e a un non americano. E per finire la standing ovation dei mille presenti in sala  dopo la lezione magistrale dal titolo:  “La rivoluzione rock della chirurgia laparoscopica”, dove Bob Dylan diventa l’icona che meglio identifica la laparoscopia. Ma Austin non vale Firenze e le sale settorie di Leonardo da Vinci…

E’ stato un novembre prezioso, da conservare nel libro dei ricordi, quello che si è appena concluso per il dottor Marcello Ceccaroni, Direttore del Dipartimento di Ginecologia ed Ostetricia, uno dei maggiori esperti internazionali di Endometriosi.

Dr, Marcello Ceccaroni

Tutto si è svolto negli States, ad Austin (Texas) dove dal 14 al 17 novembre ha avuto luogo il 50° Congresso dell’AAGL (American Association of Gynecologic Laparoscopists), la più importante associazione a livello mondiale di chirurgia laparoscopica ginecologica. Per la seconda volta (la prima è stata nel 2018) il dottor Ceccaroni è stato nominato – unico italiano – componente del Comitato scientifico del meeting annuale.

Ma per il chirurgo di origini cesenati, le emozioni americane a Austin si sono moltiplicate. Nell’ambito del congresso è stato insignito con il Premio “John F. Steege Mentorship Award 2021”, riconoscimento che la Fondazione AAGL ha conferito per la prima volta a un italiano e a un non americano.

“Per la nostra disciplina questo premio è paragonabile al “Pulitzer” – afferma il dottor Ceccaroni -. Perché è sì legato alla persona e alle sue doti chirurgiche, ma soprattutto identifica il mentore, il maestro. Pertanto è una prestigiosa attestazione del valore di ISSA (International School of Surgical Anatomy) che ho fondato e che porto avanti con i miei assistenti. In 12 anni, grazie a questa scuola, abbiamo svolto attività umanitarie, assegnato borse di studio e soprattutto insegnato a oltre un migliaio di chirurghi in tutto il mondo l’anatomia chirurgica e le tecniche laparoscopiche. A maggio, per esempio, saremo a New York, alla Columbia University dove riprenderemo la collaborazione, interrotta a causa della pandemia. La cifra che da sempre ci contraddistingue è l’insegnamento su cadavere, ma da alcuni anni grazie alle nuove tecnologie possiamo effettuare una chirurgia in diretta e trasmetterla in qualsiasi Paese”.

Troppo facile scrivere a questo punto “non c’è due senza tre”. Perché al premio prestigioso si è aggiunta anche la standing ovation dei mille presenti in sala (“cosa rara in un congresso dell’AAGL”) dopo la lezione magistrale tenuta dal dottor Ceccaroni nella sessione plenaria. Già il titolo è tutto un programma per un meeting di medicina: “La rivoluzione rock della chirurgia laparoscopica”, dove rEvolution era scritto con la E maiuscola per sottolineare quanto rivoluzione sia sinonimo di evoluzione. “Il rock è stato un pretesto narrativo per parlare della laparoscopia non solo dal punto di vista tecnico ma anche culturale e filosofico, in quanto tra la chirurgia mininvasiva e il genere musicale ci sono, a mio avviso, analogie importanti”, spiega il dottor Ceccaroni.

Per esempio hanno subito lo stesso trattamento dall’establishment. “Sia la laparoscopia che il rock all’inizio sono stati perseguitati – racconta -. Come la BBC non mandava in onda certi brani, perché era considerata la musica del diavolo, alcuni laparoscopisti sono stati sottoposti a esami radiologici strumentali per verificare che non fossero matti o non avessero malattie degenerative. Perché introdurre uno strumento ottico in cavità addominale (non c’erano le telecamere a fibre ottiche di oggi) era considerato dalla chirurgia tradizionale un gesto eretico nello stesso modo in cui il rock veniva visto dalla cultura musicale dominante. Tuttavia, piaccia o no, il rock ha condizionato i costumi come la laparoscopia, perché oggi chi deve sottoporsi a intervento chirurgico spera di poterlo fare con una tecnica mininvasiva”. 

Qual è l’icona del rock secondo lei che rappresenta la laparoscopia? “Senza dubbio Bob Dylan – risponde -. Nella mia lezione magistrale ho riportato l’episodio (avvalendomi anche di filmati d’epoca) del Festival Folk del 1964 a Newport, quando Dylan viene osannato dal pubblico per la sua esecuzione di Mr tambourine man con il solo accompagnamento della chitarra acustica. Esattamente un anno dopo lo stesso pubblico lo fischia, perché ha osato introdurre la chitarra elettrica. Il tutto si ripete pochi mesi dopo a Manchester, dove lo chiamano “giuda”, coprendolo di fischi. Ma nel 2008 per Dylan arriva il Premio Pulitzer e nel 2016 il Nobel per la Letteratura a dimostrazione che era dalla parte della ragione, perché pur cambiando i paradigmi comunicativi, il messaggio non ha perso il suo valore. La laparoscopia è un po’ tutto questo: è stata ostacolata per aver capovolto la visione della chirurgia, ma alla fine si è imposta oggettivamente sulla chirurgia tradizionale”. Questo anche per merito della sua natura ‘generosa’. “Quella telecamera che inseriamo tramite un minuscolo taglio nell’addome consente di far uscire il sapere chirurgico dal chiuso della sala operatoria e condividerlo con il mondo. Oggi anche nei Paesi in via di sviluppo troviamo eccellenti chirurghi laparoscopici, grazie alla condivisione che ci permette la tecnologia”.

Altra analogia, ma questa volta con l’emancipazione della donna. “I pionieri di questa chirurgia sono stati ginecologi e l’uso di tecniche mininvasive sono la cifra un approccio diverso al corpo della donna, più rispettoso. Oggi parliamo per esempio di chirurgia nerve-sparing, che ha come obiettivo l’eradicazione della malattia (endometriosi o tumore) ma preservando le funzioni pelviche della donna, quindi la sua qualità di vita. Questo senza l’emancipazione femminile non sarebbe stato possibile”.

Ma Austin non vale Firenze. Quel giorno del maggio del 2019 quando, sempre in occasione del congresso dell’AAGL e soprattutto dei 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci, il dottor Ceccaroni ebbe l’onore di effettuare una lezione di anatomia chirurgica nei sale sotterranee dell’ospedale Santa Maria Nuova mai aperte prima, dove il genio fiorentino effettuava la dissezione dei cadaveri. “Quell’emozione non è paragonabile a nulla. Quell’evento ha dato il giusto valore a molti aspetti della mia vita professionale e privata. Dopo 500 anni le sale di Leonardo sono state aperte per la prima volta e io ho potuto effettuare una lezione. Come i primi chirurghi che praticavano la laparoscopia, anche Leonardo era ostacolato per le sue dissezioni dei cadaveri. Le sale erano sotterranee: grazie a un laparoscopio ciò che lui ha iniziato ha varcato la superfice ed è andato in tutto il mondo”.

elena.zuppini@sacrocuore.it


Il "Sacro Cuore" confermato dal Ministero della Salute IRCCS per le Malattie Infettive e Tropicali

Il Ministero della Salute ha confermato all’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria il riconoscimento di Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico per le Malattie Infettive e Tropicali, decretato il 23 maggio del 2018 e sottoposto, per legge, alla revisione ogni due anni. Continua la ricerca e la cura di altre patologie infettive e di quelle del Sud del mondo, nonostante il forte impegno scientifico e terapeutico in ambito Covid.

Prof. Pier Carlo Muzzio

L’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria è stato confermato dal Ministero della Salute Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico nella disciplina delle Malattie Infettive e Tropicali. Il riconoscimento di IRCCS era stato decretato il 23 maggio del 2018 ed è soggetto, per legge, alla revisione ogni due anni. La conferma era prevista entro il 2020, ma la pandemia di Covid 19 ha procrastinato le procedure di verifica dei requisiti scientifici necessari.

L’IRCCS di Negrar, il cui direttore scientifico è il professor Pier Carlo Muzzio, è uno dei 52 ospedali di eccellenza in Italia (il terzo nato nel Veneto in ordine di tempo dopo l’Istituto Oncologico Veneto e il San Camillo di Venezia) che si occupano in vari ambiti di ricerca con ricadute dirette sull’attività terapeutica.

“La conferma, oltre ad essere una grande soddisfazione, è un forte stimolo a migliorare nell’ambito delle malattie infettive e tropicali, ma anche ad allargare il riconoscimento ad altri settori di attività importanti del nostro ospedale che sono preminenti dal punto di vista scientifico” afferma il prof. Muzzio.

Prof. Zeno Bisoffi

Cuore dell’IRCCS è il Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e Microbiologia, diretto dal professor Zeno Bisoffi.

Nato dall’esperienza trentennale del Centro per le Malattie Tropicali e Centro collaboratore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Istituto veronese è una struttura di riferimento per la ricerca e la cura della malaria e delle altre patologie infettive legate alla mobilità umana. Inoltre si occupa delle cosiddette Malattie Tropicali Neglette, chiamate così perché trascurate dalla ricerca.

Ma è stato l’irrompere sulla scena mondiale del Covid 19 ad assorbire buona parte dell’impegno dell’IRCCS di Negrar nei primi due anni di vita. Sul fronte dell’assistenza dall’inizio della pandemia (marzo 2020) nel reparto del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali sono stati ricoverati un migliaio di pazienti, mentre il Laboratorio di Microbiologia ha processato circa 161.500 tamponi molecolari, supportando nella diagnostica il territorio dell’Ulss 9.

L’attività scientifica ha dato vita dal 2019 a 171 pubblicazioni di cui 23 sul nuovo Coronavirus. Tra queste, lo studio, pubblicato su Clinical Microbiology and Infection, relativamente all’efficacia della vaccinazione, che ha coinvolto gli oltre 2000 operatori del “Sacro Cuore Don Calabria” e ha anticipato l’indicazione del Ministero che per i guariti ha stabilito una sola dose di vaccino, se effettuata entro l’anno dall’infezione.

L’IRCCS ha fatto parte anche del trial internazionale SAVE MORE (pubblicato su Nature Medicine) sul farmaco anakinra per l’artrite reumatoide che ha dato risultati straordinari dimostrandosi capace di ridurre drasticamente il ricovero in terapia intensiva e i decessi causati dal virus SARS-COV2. Ora si attende dall’Agenzia Europea del Farmaco il via libera per inserire l’anakinra tra le terapie Covid.

 L’IRCCS dispone di una biobanca, in cui vengono conservati i campioni biologici (sangue, siero, tamponi, biopsie) residui (una volta eseguite le indagini diagnostiche) e donati dai pazienti ai fini di ricerca.

A breve sarà attivo anche un laboratorio ad alto biocontenimento per la manipolazione (ai fini di ricerca in vitro) di patogeni di classe 3 (le classi di sicurezza arrivano a 4) definiti tali per il “rischio individuale elevato” e “rischio collettivo basso/moderato”. Saranno studiati tra gli altri il micobatterio della tubercolosi, il virus SARS-CoV 2 e altri virus emergenti, il Trypanosoma cruzi (responsabile della malattia di Chagas).


Chirurgia bariatrica Irccs ospedale Sacro Cuore Don Calabria

Il "Sacro Cuore" è Centro accreditato per la chirurgia bariatrica

Chirurgia bariatrica Irccs ospedale Sacro Cuore Don Calabria

Il riconoscimento porta la firma della SICOB, la società scientifica che riunisce gli specialisti italiani di chirurgia bariatrica, e certifica il livello qualitativo raggiunto dai chirurghi di Negrar nella presa in carico di pazienti fortemente a rischio a causa del loro grave sovrappeso. Nel 2020 sono 60 i pazienti trattati

L’ospedale Sacro Cuore Don Calabria è Centro accreditato per il trattamento chirurgico dell’obesità.

Il riconoscimento porta la firma della SICOB, la società scientifica che riunisce gli specialisti italiani di chirurgia bariatrica, e certifica il livello qualitativo raggiunto dai chirurghi di Negrar nella presa in carico di pazienti fortemente a rischio a causa del loro grave sovrappeso.

Dr. Roberto Rossini

Un traguardo concretizzato in soli cinque anni, tanto è il tempo trascorso dal primo intervento effettuato dalla Chirurgia bariatrica del “Sacro Cuore Don Calabria”, diretta dal dottor Giacomo Ruffo e di cui è responsabile il dottor Roberto Rossini.

Un centro che risponde a tutti i requisiti SICOB

“Il nostro Centro è stato accreditato in quanto possiede tutte le caratteristiche imposte dalla SICOB”, spiega il dottor Rossini. “Innanzitutto la presenza in loco di una terapia intensiva e l’applicazione di un percorso formalizzato (PDTA) per la selezione dei pazienti, effettuata da un’équipe che comprende oltre ai chirurghi bariatrici, medici gastroenterologi, dietisti e psicologi. La buona riuscita dell’intervento, cioè il calo ponderale e il mantenimento nel tempo, dipende infatti tanto dall’abilità chirurgica quanto dalla selezione del candidato, che deve essere in grado di sostenere psicologicamente un radicale cambiamento di stili di vita e anche di immagine corporea”.

Nel 2020 trattati 60 pazienti, il 10% Re-Do Surgery

Sono stati 60 i pazienti trattati a Negrar nel 2020, un volume di attività superiore ai 50 casi fissati dalla SICOB. Tra questi il 20% proviene da fuori regione e una percentuale non irrilevante (il 10%) riguarda i cosiddetti Re-Do Surgery, cioè pazienti, giunti da altri ospedali, che si sono rivolti a Negrar per un secondo intervento, a causa di complicazioni dovute alla prima procedura chirurgica o per fallimento nella perdita di peso. La maggior parte sono donne e l’età media è di 39 anni. Nel primo anno la quasi totalità della pazienti ha ottenuto il calo ponderale

Sono tre le procedure chirurgiche laparoscopiche eseguite

“La SICOB richiede come requisito l’esecuzione di almeno tre procedure bariatriche – spiega Rossini – Il nostro Centro effettua la sleeve gastrectomy, una metodica ampiamente utilizzata a livello mondiale. SI tratta dell’asportazione laparoscopica di buona parte dello stomaco, che assume la forma di un tubo collegato al duodeno. Il risultato è un maggior senso di sazietà, non solo per la riduzione dello spazio di contenimento del cibo, ma anche perché viene esportata quella parte dello stomaco che produce la grelina, il cosiddetto ormone della fame. Le altre due metodiche da noi praticate – il bypass ed il mini bypass gastrico – vengono utilizzati in casi selezionati ed hanno un ruolo importante nel trattamento di alcune complicanze o nella Re-Do surgery. Sempre eseguite mediante tecnica laparoscopica, entrambe vanno a creare in maniera differente, una piccola sacca gastrica collegata direttamente al piccolo intestino”. Tutti i pazienti nel post operatorio vengono seguiti con il protocollo ERAS, che consente una rapida ripresa e abbatte il rischio di complicanze.

Il 70% dei pazienti nel primo anno rispetta il follow up

Altro elemento qualificante riguarda il follow up. “Il 70% dei nostri pazienti effettua almeno fino al primo anno post intervento tutti i controlli periodici (contro il 50% richiesto per essere centro accreditato). La percentuale diminuisce inevitabilmente negli anni seguenti”.

La collaborazione con la Chirurgia Plastica

Un valore aggiunto del Centro di Negrar (non richiesto per la certificazione) è la presenza al “Sacro Cuore Don Calabria” della Chirurgia plastica, per l’eventuale rimozione della pelle in accesso dopo la perdita di peso. “Il paziente vi accede dopo circa 18 mesi dall’intervento bariatrico quando il calo ponderale ottenuto si è mantenuto stabile nel tempo – conclude Rossini – . La procedura è coperta dal Sistema Sanitario Nazionale solo se indicata per l’insorgenza di patologie, come le infezioni cutanee. Contrariamente è considerato un intervento di chirurgia estetica”.