
Tay Tay è una città all’estrema periferia di Manila, nelle Filippine. L’Opera Don Calabria è presente qui da 35 anni con una parrocchia, una scuola e un piccolo ospedale, denominato “Bro. Francisco Perez” Clinic. Ed è proprio qui che nei mesi scorsi ha vissuto la sua esperienza di servizio Chiara Renoffio, ostetrica del “Sacro Cuore”. Un’esperienza ricchissima sia a livello professionale che umano, al punto da affermare che “questo viaggio mi ha profondamente cambiata, oltre ogni mia aspettativa. Le persone e le storie che ho incontrato hanno riscritto anche la mia storia”.
La realizzazione di un sogno, ma anche l’inizio di un percorso basato su una nuova consapevolezza di sé e del mondo, sia a livello professionale che umano. È davvero molto ricco il bagaglio che Chiara Renoffio, ostetrica dell’ospedale Sacro Cuore di Negrar, ha riportato indietro dopo sei settimane trascorse nelle Filippine in una missione dell’Opera Don Calabria. Dal 18 febbraio al 2 aprile Chiara ha vissuto a Tay Tay, vicino a Manila, ospite nella casa delle Sorelle Povere Serve della Divina Provvidenza. In questo tempo ha prestato servizio presso la clinica Fratel Francesco Perez, struttura sanitaria dell’Opera, e ha accompagnato le Sorelle nella loro missione con la gente. Al suo ritorno le abbiamo chiesto di raccontarci che esperienza è stata.
Perché la scelta di partire?
In realtà ho sempre avuto il desiderio di fare un’esperienza in missione. Avevo intenzione di partire dopo la laurea nel 2020, ma lo scoppio della pandemia ha cambiato i programmi. Poi ho iniziato a lavorare all’ospedale di Negrar e dopo qualche anno si è presentata l’occasione di realizzare il sogno. Infatti oltre al “Sacro Cuore”, l’Opera Don Calabria ha tre strutture sanitarie nelle Filippine, in Angola e in Brasile. Insieme al dr. Claudio Bianconi, responsabile dei progetti di cooperazione sanitaria dell’Istituto, ci siamo indirizzati sulla realtà delle Filippine.

In cosa consiste la missione di Tay Tay?
Tay Tay è una città di periferia dove c’è molta povertà. L’Opera Don Calabria qui ha diverse attività tra cui la parrocchia di San Lorenzo Ruiz, una scuola primaria e secondaria di primo grado, una casa di formazione per giovani e il poliambulatorio “Bro. Francisco Perez”. Io sono stata ospite delle Sorelle che qui fanno uno splendido lavoro pastorale in mezzo alla gente e collaborano con il poliambulatorio.
Che tipo di lavoro ha fatto in queste settimane?
Alla mattina lavoravo alla clinica “Perez” insieme ai medici e infermieri degli ambulatori. Due volte a settimana mi affiancavo all’ostetrica e alla ginecologa nelle loro visite alle pazienti. Al pomeriggio invece vivevo pienamente insieme alle Sorelle, seguendole nelle visite alle famiglie nel quartiere.

Può descriverci la clinica?
E’ una struttura abbastanza piccola ma molto ben organizzata e vicina ai bisogni delle persone. Ci sono vari servizi come la farmacia, la radiologia e il laboratorio analisi. Inoltre vengono qui diversi specialisti, dall’internista al chirurgo, dal pediatra al ginecologo. Il funzionamento è prevalentemente diurno, anche se ci sono alcuni posti letto per poter ricoverare bambini e adulti in osservazione o per qualche terapia particolare. Devo dire che ho trovato un clima molto sereno e collaborativo.
Da ostetrica, com’è stata l’esperienza dal punto di vista professionale?
Come dicevo prima affiancavo l’ostetrica e la ginecologa due volte a settimana. Con loro ho assistito a tante visite prenatali e anche diverse visite ginecologiche. E’ stata un’esperienza potente. Mi è rimasta impressa una ragazza, avrà avuto 23-24 anni, che era al quinto figlio. Sembrava sfinita, ma poi ho capito che aveva una forza incredibile nel prendersi cura della propria famiglia.
Cosa l’ha colpita nel lavoro di medici e infermieri?
Mi ha colpito il fatto che in clinica hanno molti meno strumenti di quelli che abbiamo quando facciamo il nostro lavoro in Italia. Per questo gli specialisti hanno estrema cura dei materiali, compresi quelli di uso comune come i guanti e le mascherine, ma soprattutto ascoltano con attenzione i pazienti e li visitano affidandosi ai propri occhi e alle proprie mani. Per me è stata una riscoperta importante.
Quali sono i principali problemi di salute?
Per quanto ho potuto vedere il problema principale è la tubercolosi che colpisce molti abitanti del quartiere e in particolare i bambini. Una malattia molto diffusa nella popolazione è l’ipertensione, dovuta probabilmente alla dieta che comprende molti zuccheri. In queste settimane ho visto in clinica anche diversi casi di dengue.

Terminate le visite, al pomeriggio c’era il lavoro pastorale con le Sorelle Povere Serve. Cosa può dirci in proposito?
Fin dall’inizio la mia idea era di non fare solo un’esperienza professionale, ma di vivere fino in fondo la realtà di Tay Tay. Per questo è stato un privilegio poter lavorare insieme alla comunità delle Sorelle, composta da Sor. Maria Josè, Sor. Saroj e alcune giovani aspiranti religiose. Ogni pomeriggio andavamo a trovare le famiglie più bisognose, portando loro qualche piccolo aiuto o semplicemente per chiacchierare, condividere eventuali problemi o dire insieme una preghiera.
Che realtà ha trovato?
I primi tempi è stato un po’ difficile abituarmi a un contesto dove molte case sono fatte di lamiera, senza luce o acqua. E pensare tra l’altro che era la stagione secca, posso solo immaginare cosa succede durante le piogge monsoniche. Però allo stesso tempo ho scoperto una comunità fantastica, con un senso di condivisione e accoglienza che non ho sperimentato in nessun altro luogo. Ancora oggi mi fa quasi tremare la forza spirituale che mi hanno trasmesso i tanti sorrisi che ho visto in queste persone.
C’è qualche situazione che l’ha colpita in modo particolare?
Un giorno con Sor. Saroj siamo andate a trovare una ragazza con una grave disabilità nelle baracche sotto a un ponte. Purtroppo ci sono tanti che vivono nel letto del fiume Marikina che attraversa Tay Tay. Per arrivare alla baracca abbiamo salito delle sgangherate scalette di legno, perché hanno cercato di costruire in alto sulla riva per non finire allagati ad ogni piena. Dopo un po’ la mamma della ragazza è uscita ed è tornata con un sacchetto. Era andata a comprare una bibita per offrirci qualcosa da bere.

Cosa si porta a casa da questa esperienza?
Posso dire con certezza che in queste settimane ho ricevuto molto di più di quello che ho portato. Questo viaggio mi ha profondamente cambiata, oltre ogni mia aspettativa. Le persone e le storie che ho incontrato hanno riscritto anche la mia storia.
E adesso?
Adesso l’obiettivo è continuare a dare una mano. Sono rimasta in contatto con le Sorelle e con altri. Spero che questa esperienza non rimanga isolata, ma sia un punto di partenza per continuare a vivere con i valori che ho conosciuto là, magari coinvolgendo altri. E poi in futuro chissà, sarebbe bello riprovarci…
(Testo a cura dell’Ufficio Stampa)






