
L’ablazione delle arterie renali è indicata per quei pazienti che, pur assumendo numerosi farmaci antiipertensivi, non riescono a controllare adeguatamente i valori pressori. Un intervento mini-invasivo che utilizza le onde elettromagnetiche della radiofrequenza per disconnettere le fibre nervose che innervano le arterie renali e concorrono all’innalzamento della pressione. Grazie a questa procedura la pressione si normalizza riducendo del 30-40% la terapia farmacologica precedente
Si chiama ipertensione refrattaria e interessa il 10-15% dei pazienti con pressione alta del sangue, che non trovano beneficio da nessuna terapia. Coloro che ne sono affetti sono costretti ad assumere quotidianamente più farmaci, dai principi attivi differenti, ma senza particolari risultati. Quando questi farmaci superano il numero di quattro e la pressione si mantiene a livelli elevati, la terapia indicata è l’ablazione delle arterie renali, una metodica mini-invasiva che si basa sulle onde elettromagnetiche della radiofrequenza ed è la stessa, mutato l’organo, che viene impiegata da anni dalla cardiologia interventistica per il trattamento della fibrillazione atriale.
La Cardiologia dell’IRCCS di Negrar, diretta dal dottor Giulio Molon, in un anno ha effettuato con successo una decina di ablazioni delle arterie renali. “Con l’ablazione non si guarisce dall’ipertensione – precisa il dottor Molon – Questa opzione terapeutica permette il controllo della pressione con una riduzione del 30-40% della terapia in pazienti costretti precedentemente ad assumere senza efficacia innumerevoli farmaci, anche dieci, come un caso che abbiamo trattato. E’ una procedura efficace e sicura, perché raramente si sono registrati eventi avversi, come ematomi o spasmi renali, comunque risolvibili”.
L’ablazione delle arterie renali viene effettuata in sala operatoria, sotto sedazione e prevede due notti di degenza: prima e dopo l’intervento. “I reni sono sempre organi coinvolti nella terapia medica per la gestione della pressione, non a caso i recettori renali sono target di molti farmaci contro l’ipertensione”, spiega il dottor Paolo Tosi, medico della Cardiologia del “Sacro Cuore Don Calabria”. “Con l’ablazione andiamo ad agire, disconnettendo le fibre, sul sistema nervoso simpatico che influisce sull’aumento della pressione e di cui sono molto innervate le pareti delle arterie renali”.
L’emissione di energia in forma di onde elettromagnetiche avviene grazie a uno strumento (elettrocatetere) a forma di spirale, che viene introdotto attraverso l’arteria femorale. “Trattiamo entrambi i reni nella stessa seduta. Non solo l’arteria renale, ma anche tutti i vasi derivanti da essa che hanno un calibro superiore ai 3 mm – spiega ancora il dottor Tosi -. Quindi è un intervento lungo, che richiede tempo: per questo preferiamo addormentare il paziente, anche se le linee guida non lo prevedono, affinché abbia meno disagio possibile”.
L’ipertensione è la malattia cronica più diffusa: si stima che il 60% degli over 60 ne soffra. Nel 95% dei casi si tratta di ipertensione essenziale cioè senza una causa nota e comprende anche i pazienti con ipertensione refrattaria. Il 5% invece delle ipertensioni sono secondarie, cioè conseguenza di un’altra patologia come: tumore del rene, del surrene della tiroide, ipertiroidismo, stenosi delle arterie renali o insufficienza renali. In questi casi la cura della causa comporta di conseguenza il ritorno a valori pressori accettabili. Il trattamento dell’ipertensione essenziale, invece, richiede l’impostazione di una terapia a lungo termine che porta a dei benefici, salvo nei casi di ipertensione refrattaria.
“L’ipertensione se non trattata è un killer silente perché progressivamente deteriora la salute degli organi”, afferma il dottor Molon. “E’ uno dei principali fattori di rischio di eventi cardiovascolari come l’infarto e l’ictus. Questo perché la pressione alta, soprattutto quella diastolica, ha un effetto meccanico sui vasi che progressivamente va a rovinare l’endotelio, cioè la sottile lamina che li riveste, favorendo così il deposito di placche aterosclerotiche”.
Secondo le linee guida internazionali la pressione ottimale è 120 su 70, accettabile 130 su 80, si parla invece di pressione alta quando supera il 140 su 85 mmHG. “Gli stili di vita influenzano la nostra pressione. Agiscono positivamente un’alimentazione povera di sale e di grassi animali e ricca di frutta, verdura, legumi. E’ consigliabile controllare il peso, anche praticando tutti i giorni un’attività fisica moderata. Il fumo e l’abuso di alcol favoriscono l’aumento dei valori, e anche l’eccessivo consumo di caffeina e liquerizia”, concludono i dottori Molon e Tosi.
Nella foto: da sinistra i dottori Giulio Molon e Paolo Tosi
(Testo e foto a cura dell’Ufficio Stampa)






