
Il 24 marzo è la Giornata mondiale della lotta contro la tubercolosi, una malattia che ogni anno miete 1,3 milioni di morti in tutto il mondo. Scarso accesso ai farmaci, resistenza alle terapie, guerre, migrazioni di massa e drastico calo dei finanziamenti per la diagnosi, la cura e la ricerca: il dottor Lorenzo Guglielmetti, responsabile dell’UOS di Tubercolosi e Micobatteri dell’IRCCS di Negrar, indica le cause per cui dopo 150 dalla scoperta del micobatterio responsabile dell’infezione ogni anno si registrano ancora 10 milioni di nuovi casi

Il 24 marzo è la Giornata mondiale contro la tubercolosi. La data non è casuale: lo stesso giorno nel 1882 Robert Koch scopriva il micobatterio responsabile della tubercolosi. Da allora sono trascorsi quasi 150 anni e da circa 60 esiste un trattamento efficace. Eppure da ormai 20 anni, cioè da quando sono disponibili i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il numero dei nuovi casi all’anno di tubercolosi restano costanti: più di 10 milioni in tutto il mondo e sono 1,3 milioni le persone che perdono la vita ogni anno per questa patologia. “Ancora oggi la tubercolosi è la malattia infettiva che provoca il maggior numero di morti ed è tra le prime 10 cause di mortalità al mondo. Si stima che ogni 3 minuti nel mondo un bambino muore di tubercolosi”, sottolinea il dottor Lorenzo Guglielmetti, responsabile dell’Unità Operativa Semplice Tubercolosi e Micobatteri del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali dell’Irccs di Negrar.
Il “Sacro Cuore Don Calabria” ogni anno registra una trentina di casi di tubercolosi. I pazienti provengono da contesti diversi: in molti casi si tratta di persone provenienti da aree del mondo dove la malattia è più frequente, mentre in altri riguarda persone in cui l’infezione, contratta in passato senza sviluppare la malattia, si è riattivata.
“L’epidemiologia del nostro ospedale è in linea con quella nazionale e di gran parte dell’Europa occidentale”, spiega. “Spesso leggiamo titoli che gridano il ritorno della tubercolosi – prosegue – ma la vera notizia è che non è mai scomparsa. Inoltre, la tubercolosi può riattivarsi. E’ stimato che una persona su quattro nel mondo contragga un’infezione tubercolare asintomatica. In questi casi, il micobatterio può rimanere latente e ridiventare pericoloso quando si indeboliscono le difese dell’organismo, come per esempio negli anziani e nei pazienti trattati con terapie immunodepressive, come quelle chemioterapiche contro i tumori o biologiche per il controllo delle malattie reumatiche. Oggi questi pazienti vengono sottoposti tutti a test specifici per verifica la presenza di infezione tubercolare ed eventualmente a profilassi. Ogni anno, al “Sacro Cuore” effettuiamo circa 150 trattamenti profilattici. Prevenire lo sviluppo della malattia nelle persone con infezione tubercolare è fondamentale per impedire nuovi contagi. Ma dobbiamo essere più incisivi in questo senso allargando la platea delle persone in cui effettuare lo screening per infezione tubercolare, come per esempio i diabetici, e rafforzando gli interventi precoci nei contesti di maggiore vulnerabilità, come per esempio nei migranti da Paesi ad elevata incidenza. Come Ospedale collaboriamo con le strutture di accoglienza del territorio che supportano i richiedenti asilo.
La tubercolosi quindi non è la malattia dei migranti…
Assolutamente no. Potenzialmente possiamo tutti ammalarci se veniamo in contatto con il micobatterio della tubercolosi. Detto questo, ci sono fasce di popolazione più a rischio per la loro condizione socio-economica, spesso associata a precarietà abitativa, e per la presenza di barriere amministrative che complicano l’accesso ai servizi sanitari. Se a tutto questo si aggiungono la provenienza da un Paese ad alta incidenza di malattia e percorsi migratori complessi, i migranti diventano persone più a rischio rispetto ad altre. Anche se arrivano in salute nel nostro Paese, perché poi vivono in comunità, svolgono lavori duri e precari… pensiamo agli stagionali. Purtroppo lo stigma per quanto riguarda la tubercolosi fa fatica a morire, soprattutto nei contesti di maggiore vulnerabilità.
Lo scorso anno il Time lo ha inserito nella lista delle 100 persone più influenti al mondo dal punto di vista sanitario, grazie uno studio sulla tubercolosi resistente ai farmaci pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica New England Journal of Medicine.
L’antibiotico-resistenza è un problema globale per tutte le malattie infettive, ma lo è ancora di più per la tubercolosi perché richiede un trattamento costante e molto lungo, di almeno sei mesi e fino a due anni. Nell’Europa dell’Est l’aumento di forme di tubercolosi resistente ai farmaci è una vera emergenza, in particolare nelle repubbliche ex sovietiche, dove in passato i pazienti hanno avuto ampio accesso ai trattamenti di prima e seconda linea. Quando con la fine dell’URSS sono crollati anche i sistemi sanitari, questo accesso si è interrotto, favorendo così lo sviluppo di resistenza anche a più farmaci. Lo stesso accade in tutti i Paesi sconvolti da eventi – non da ultimo i conflitti e le migrazioni di massa – che complicano il lungo trattamento della tubercolosi. Il nostro gruppo, per esempio, sta partecipando a uno studio internazionale per migliorare il trattamento della tubercolosi multi-resistente in Niger.
In quali altri studi siete impegnati?
Stiamo contribuendo a un progetto di ricerca, pilotato dall’IRCCS San Raffaele di Milano, per identificare i nuovi test rapidi urinari fondamentali in Paesi a basso reddito e risorse limitate. Inoltre, siamo coinvolti in due studi clinici prospettici: il primo, di cui siamo coordinatori, sull’ottimizzazione della posologia di un farmaco di prima linea, come la rifampicina, e il secondo su pazienti trattati con farmaci antitubercolari di seconda linea, inclusi anche nuovi farmaci.
Globalmente si sta investendo in ricerca sulla tubercolosi?
Questo è un tasto dolente. Per ragioni politiche ed ideologiche stiamo assistendo a un grosso calo di investimenti per la diagnosi e per il trattamento della malattia soprattutto nei Paesi ad incidenza elevata come il Sudest asiatico e l’Africa che fino a poco tempo fa potevano contare sugli aiuti da parte di Stati Uniti ed Europa. Si stima che a causa dei tagli dei finanziamenti nei prossimi 10 anni ci potrebbero essere fino a 10 milioni di casi di tubercolosi in più nel mondo. Lo stesso sta accadendo per la ricerca: molti studi sono stati interrotti, alcuni dei quali avrebbero potuto migliorare concretamente l’attuale terapia che dura almeno 6 mesi e comporta effetti collaterali anche rilevanti. Poi ci sono i paradossi: anche in Europa abbiamo difficoltà di accesso ai farmaci.
In Europa?
Esiste un farmaco, la rifapentina, che permetterebbe di ridurre il trattamento da sei a quattro mesi per la tubercolosi attiva e da tre a un mese per l’infezione tubercolare. Questo antibiotico è stato registrato dalla FDA (Food and Drug Administration), l’autorità regolatoria americana per i farmaci, ma non da quella europea, l’EMA (European Medicines Agency). Non c’è nessuna motivazione clinica, semplicemente la casa farmaceutica non ha interesse economico a registrarlo in Europa. Il nostro Dipartimento, essendo anche un IRCCS, può importare questo farmaco dall’estero, con una procedura complessa e costosa. Immagino quali siamo le difficoltà dei centri minori. Poi ci sono carenze ricorrenti e frequenti dovute a una produzione europea insufficiente, perfino della rifampicina, il trattamento cardine della tubercolosi, che costringe l’acquisto in altri continenti. A questo si aggiunge la disponibilità ancora limitata di formulazioni pediatriche adeguate, che rende più complessa la gestione della tubercolosi nei bambini. Infine abbiamo il problema dei nuovi farmaci impiegati per i casi di multiresistenza. Qui il costo elevato: la bedaquilina, su cui ho fatto molto ricerche, comporta una spesa di circa 20mila euro per sei mesi, capace di mettere in difficoltà anche i centri europei.
(articolo a cura dell’Ufficio Stampa)






